Libri Risorgimento Italiano - Società Nazionale


Presentazione della Sezione

In questa Sezione del sito si trova una scelta di libri sul Risorgimento italiano di cui si consiglia la lettura. I libri sono presentati con una breve recensione, che indica in sintesi il contenuto dell'opera. Sono gradite le segnalazioni di libri ritenuti di comune interesse. Il sito è costituito da circa tre anni ed i contenuti iniziali saranno rapidamente ampliati e arricchiti, meglio se con i contributi provenienti da tutto il territorio nazionale.

Cliccando sul titolo di alcuni libri è possibile accedere ad ulteriori informazioni poste al livello inferiore. In altri casi non vi sono dati ulteriori e la descrizione si esaurisce nel testo posto al livello superiore.




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La memoria in piazza

Il tema della memoria del Risorgimento, trattato da molte angolazioni nel corso delle recenti celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia, ha trovato una declinazione di estremo interesse riguardo alla monumentalità pubblica di carattere patriottico, in occasione del convegno di studi svoltosi presso l’Università di Pavia il 7 ottobre 2011, intitolato “La memoria in piazza. Monumenti risorgimentali nelle città lombarde tra identità locale e identità nazionale”. Organizzato dalla facoltà di Scienze Politiche dell’ateneo pavese, il convegno ha inteso riprendere le più recenti acquisizioni della storiografia, che riconoscono una particolare pregnanza simbolica ai monumenti e agli assetti urbani. Per la Società Nazionale erano presenti i rappresentanti delle delegazioni lombarda e piemontese. Con l’apprezzato coordinamento di Marina Tesoro, gli interventi dei relatori hanno sviluppato un’articolata riflessione sui meccanismi sociali di identificazione e motivazione collettiva e nazionale, attraverso la rappresentazione monumentale dei personaggi e dei fatti salienti del nostro Risorgimento. La scelta di individuare un monumento emblematico per ciascun capoluogo di provincia lombardo all’indomani dell’unificazione ha inteso significare e documentare l’esistenza di un nesso forte tra la patria italiana e le “piccole patrie” esistenti in una regione spesso in prima linea nelle dinamiche di costruzione e consolidamento di un generale e convinto sentimento nazionale. Gli interventi degli studiosi che hanno contribuito al notevole successo del convegno di Pavia sono stati poi raccolti nel bel volume pubblicato dalla Effigie Edizioni di Milano nel 2012. Il libro ha lo stesso titolo del convegno ed è munito di un corredo iconografico ricco di riproduzioni della monumentalità risorgimentale lombarda. I testi sono redatti da studiosi che culturalmente gravitano, in buona parte, soprattutto nell’ambito dell’Università di Pavia ma che sono da tempo noti e apprezzati ben oltre i confini regionali. Ognuno di loro ha saputo fornire un contributo prezioso per la riscoperta del valore non solo storico e artistico ma anche sociale e civile delle opere realizzate in onore dei protagonisti del Risorgimento italiano. Arianna Arisi Rota (“Milano. Garibaldi e l’appropriazione della memoria”) è professore associato di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia. Maurizio Bertolotti (“Mantova. Il monumento ai Martiri di Belfiore”) è presidente dell’Istituto mantovano di storia contemporanea. Catherine Brice (“Perché studiare (ancora) la monumentalità pubblica?”), che ha curato la relazione preliminare al convegno del 2011 e la parte introduttiva del volume del 2012, è professore di Storia contemporanea all’Université Paris-Est Créteil (UPEC). Bruno Ciapponi Landi (“Sondrio. Ai caduti per l’indipendenza dell’Italia”, insieme a Nella Credaro) è socio fondatore dell’Istituto sondriese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea ed è anche presidente della Società storica valtellinese. Elisabetta Colombo (“Milano. Il padre della patria in faccia al Duomo”) è professore associato di Storia delle istituzioni politiche presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia. Nella Credaro (“Sondrio. Ai caduti per l’indipendenza dell’Italia”, insieme a Bruno Ciapponi Landi) è socio fondatore e consigliere dell’Istituto sondriese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea. Gigliola De Martini (“Italia. Memoria dei Cairoli. ‘Eternare nel marmo le gesta di quei valorosi …’ ”) è conservatore storico dei Musei civici di Pavia. Paolo Gheda (“Brescia. Il confronto simbolico tra liberali e cattolici: Arnaldo da Brescia”) è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università della Valle d’Aosta. Enzo R. Laforgia (“Varese. Il monumento ai Cacciatori delle Alpi”) è presidente dell’Istituto varesino “Luigi Ambrosoli” per la storia dell’Italia contemporanea e del movimento di Liberazione. Matteo Morandi (“Cremona. Garibaldi e la città nuova”) è dottore di ricerca in Storia presso l’Università di Pisa e dottorando in Istituzioni, idee e movimenti politici nell’Europa contemporanea presso l’Università di Pavia. Marica Roda (“Como. Giuseppe Garibaldi in marcia: da San Fermo a Piazza Vittoria”) è ricercatore di Storia moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia. Marina Tesoro (“Pavia. L’immagine femminile della nazione e il culto dei caduti”), che ha curato il coordinamento scientifico del convegno del 2011 e la presentazione del volume del 2012, è professore ordinario di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pavia. Bruno Ziglioli (“Bergamo. La diarchia di marmo: Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II”) è ricercatore di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Pavia. Il volume, uscito nel giugno del 2012, a distanza di alcuni mesi sta andando in rapido esaurimento per il notevole successo ottenuto, non solo in ambito accademico ma anche tra il grande pubblico, grazie ai suoi testi scientificamente molto rigorosi eppure anche fortemente coinvolgenti. La scelta di un argomento di fatto vicino ai cittadini e al sentire comune, da sempre ancorato ad elementi visibili, concreti e “vissuti” come i monumenti e gli arredi urbani, si è dunque rivelata quanto mai felice e ha incontrato il favore dei molti che continuano a vedere nelle statue dei padri della patria un segno irrinunciabile dell’italianità della loro città, spesso protagonista, sia come comunità civile nel suo complesso, sia come matrice di spiccate individualità patriottiche, di avvenimenti risorgimentali tornati a far parte di una memoria storica collettiva ritrovata grazie alle commemorazioni del 150°. Introdotti da un’illuminante messa a punto metodologica di Catherine Brice, i saggi dei vari autori identificano infatti le opere monumentali qui illustrate come un contributo di rilievo al fondamento legittimante della nazione fattasi Stato in pochi, avventurosi decenni. Delle opere qui trattate si analizzano gli aspetti artistici, simbolici e allegorici. Si esaminano i riti commemorativi e le dinamiche tra istituzioni, amministratori e singoli personaggi. E’ dato spazio alle questioni sulla scelta del soggetto da immortalare, sulle modalità di finanziamento dell’opera, sul luogo di collocazione della statua. I casi di studio qui riuniti testimoniano gli sforzi compiuti per radicare nelle coscienze degli italiani le basi di un comune senso di appartenenza nazionale. Si tratta di monumenti presenti nei capoluoghi di provincia lombardi (Varese lo diventa nel 1927) ma parecchie riflessioni potrebbero essere estese all’intera monumentalità risorgimentale esistente su tutto il territorio italiano. Non a caso numerose sono state le iniziative di restauro e ricollocazione delle statue a suo tempo erette in onore dei protagonisti dell’unità d’Italia in occasione del 150° anniversario, in ogni regione d’Italia e anche in Lombardia, non solo nei capoluoghi provinciali ma in innumerevoli città grandi e piccole, con un forte afflato comune, tanto emotivamente spontaneo quanto concretamente fattivo. Le operazioni di ripristino, perfettamente consone alle indicazioni programmatiche delle massime autorità di governo e delle istituzioni locali, quasi sempre si sono svolte grazie a iniziative promosse e finanziate dalle pubbliche amministrazioni; in alcuni casi si sono potute realizzare attraverso una proficua collaborazione, sia in termini organizzativi che economici, tra l’ente pubblico e l’iniziativa privata; in un solo caso, a Crema, davvero emblematico per la sua particolarità nel generale contesto italiano e lombardo, sono state condotte unicamente ad opera di pochi privati, mal sopportati ed economicamente ignorati dalla nuova giunta comunale in carica, oltre che pubblicamente contrastati, con acredine e faziosità ideologica, da alcuni rappresentanti della nuova maggioranza consiliare (si vedano in questo sito, nella Sezione Notizie, gli approfondimenti sottostanti alla parte “Savoye bonnes nouvelles”). Comunque sia, grande merito va riconosciuto ai convegni e alle pubblicazioni che, come nel caso qui descritto, hanno saputo e sapranno rendere ai nostri monumenti risorgimentali la loro piena e meritata dignità artistica, sociale e simbolica. Esemplare quanto scrive in proposito Catherine Brice nella sua introduzione al volume: “A dispetto della loro natura concreta e materiale, i monumenti politici, i monumenti pubblici sono innanzitutto simboli di qualcosa che essi inglobano. Nazione, partito, caduti: essi ne sono i simboli spesso commoventi. Possiamo quindi affermare che i monumenti pubblici sono un legittimo oggetto d’indagine per uno storico dei fenomeni politici che si voglia dedicare alla storia culturale di quei fenomeni, ovvero che sappia impadronirsi di quei manufatti culturali per cercare di leggere, al di là dei partiti politici o ancor prima ch’essi persino esistessero, modalità diverse di confrontarsi con la cosa pubblica, con il bene pubblico, con le questioni pubbliche. In questa prospettiva, i monumenti sono preziosi: oggi luoghi di memoria, essi sono stati a lungo luoghi di vita intensa, di manifestazioni di conflitti, di entusiasmo, di orgoglio, di legittimazione”.

 

Foto 1 e 2: la copertina e il retro di copertina del volume “La memoria in piazza”, Edizioni Effigie, Milano, 2012.

Documento 1: il programma del convegno “La memoria in piazza”, svoltosi presso l’Università di Pavia il 7 ottobre 2011.




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Garibaldi nel bronzo e nel marmo
Insieme a Cavour e Vittorio Emanuele II, Garibaldi è stato uno dei principali artefici del nostro Risorgimento. E’ stato il più amato in assoluto, il più celebrato dal popolo italiano e anche da molti altri in Europa e nel resto del mondo. La sua fama e la sua leggenda non hanno in effetti paragoni e una sterminata memorialistica, una sconfinata pubblicistica, una diffusissima iconografia hanno consolidato, in più di un secolo e mezzo, la sua unicità di personaggio carismatico, primo tra i patrioti, eroe umanissimo ma al tempo stesso circonfuso da un’aura quasi sovrumana. E’ il mito di Garibaldi: un mito in parte spontaneo, sinceramente di massa, prepotentemente autentico e popolare; in parte favorito e consolidato dalle nuove istituzioni italiane sviluppatesi nel periodo postunitario e protese a formare la nuova coscienza nazionale, il nuovo substrato identificativo comune, vivificato dagli esempi guerreschi, laici, unificanti dei padri della nuova patria, avventurosamente, coraggiosamente, quasi incredibilmente resa unita e indipendente in uno spazio temporale di una dozzina d’anni, tra il 1848 e il 1860, un fatto che ha storicamente dell’incredibile e che proprio a Garibaldi deve una parte non trascurabile della propria repentina realizzazione. Garibaldi è stato il personaggio del nostro Risorgimento al quale è stato dedicato il maggior numero di monumenti celebrativi, in Italia e all’estero. Si può dire che Garibaldi sia stato non solo l’Eroe dei Due Mondi in vita ma che lo sia ancora dopo la sua scomparsa fisica, viste le opere esistenti dovunque in suo onore e alla luce delle commemorazioni che ancor oggi gli sono tributate a livello mondiale. Se per Cavour gli italiani e gli europei nutrono grande ammirazione, notevole stima, forte apprezzamento, tanto da pensare a lui come al principale artefice politico e diplomatico del nostro sorgere a nazione, per Garibaldi il sentimento del popolo italiano e di moltissimi nel mondo è quasi di fascinazione, diciamo pure di amore incondizionato. E’ significativo come, dal giorno stesso della sua morte, innumerevoli città italiane, grandi e meno grandi, si siano organizzate immediatamente e spontaneamente per rendergli omaggio con un monumento, una statua, un’espressione pubblica di affetto, attraverso iniziative e progetti affidati ai migliori e più accreditati scultori e architetti esistenti nello scenario artistico nazionale. Ne derivarono opere scultoree che ancor oggi attestano uno sforzo civico corale e una partecipazione cittadina molto patriottica alle scelte d’arredo urbano dei vari contesti italiani, pressoché in tutti i territori del nuovo Stato nato dal processo risorgimentale. Inoltre, si tratta di opere che con grande chiarezza e determinazione testimoniano a noi italiani di oggi l’affermazione di una memoria divenuta collettiva, di una base unitaria essenziale del nostro essere popolo e nazione. Anche per questo l’Unità Tecnica di missione per le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità e dell’indipendenza dell’Italia ha ritenuto opportuno chiudere la serie delle pubblicazioni nel frattempo dedicate al nostro centocinquantesimo (che hanno costituito negli ultimi anni una “Biblioteca dell’Unità d’Italia” di circa cinquanta testi) proprio con un volume sui monumenti dedicati a Giuseppe Garibaldi. A metà del 2012, presso i tipi della Silvana Editoriale, è stato infatti pubblicato “Garibaldi nel bronzo e nel marmo”, con presentazione di Paolo Peluffo, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nella prima parte il libro illustra le principali realizzazioni scultoree dedicate a Garibaldi e nella seconda tratta in modo più specifico dei monumenti in onore del nizzardo sottoposti ad operazioni di restauro negli ultimi anni. E’ un libro che fornisce informazioni, riproduzioni, schede tecniche, approfondimenti storici e artistici di notevole interesse. Numerosi sono stati gli studiosi di indiscussa capacità che hanno offerto il proprio contributo a quest’opera editoriale: nell’ordine degli argomenti esposti, si tratta di Anna Villari, Giovanni Carlo Federico Villa, Cristina Beltrami, Paola Bianchi Patti, Michela Delprato, Caterina Olcese Spingardi, Maria Flora Giubilei e Stefano Grandesso. Ottimo l’apparato iconografico, che consente una sorta di visita ideale alle molte città dove Garibaldi, a piedi o a cavallo, nel bronzo o nel marmo, continua a ricordarci i valori, i risultati storici, il senso più vero e toccante del nostro essere italiani.

Foto 1 e 2: la copertina e il retro di copertina del volume “Garibaldi nel bronzo e nel marmo”, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2012 (sulla copertina un particolare del monumento a Giuseppe Garibaldi di Leonardo Bistolfi, a Savona, in piazzale Eroe dei Due Mondi, inaugurato nel 1928).



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Il piumettin di tre colori - Memorie non autorizzate di lodigiani protagonisti del Risorgimento nazionale (1848-1871)

Sono state molte le ricerche storiche e le iniziative editoriali, realizzate in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, intese a collegare alla storia risorgimentale nazionale i fatti e i personaggi di questa o quella città, di questo o quel territorio, mettendo in luce come il Risorgimento abbia spesso costituito un qualcosa di organico tra le vicende locali e quelle aventi un respiro più generale. A Lodi è accaduta la stessa cosa e la ricorrenza del 150° dell’unità è addirittura coincisa con quella del 150° di fondazione della Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso, che ha celebrato l’evento con un volume molto interessante, “Il piumettin di tre colori – Memorie non autorizzate di lodigiani protagonisti del Risorgimento nazionale (1848-1871)”. Il ricavato da tale pubblicazione andrà in gran parte a favore del Centro Studi e Documentazione intestato alla memoria di Tiziano Zalli, da poco costituito presso la sede dello storico sodalizio lodigiano. Il Centro si propone di raccogliere, conservare e far conoscere il ricco patrimonio documentario sul mutualismo e sulla cooperazione che esiste a proposito del territorio lodigiano. L’autore del libro è Angelo Stroppa, studioso noto e apprezzato a Lodi per il suo impegno culturale e per la sua attività di ricerca e divulgazione storica. Nato l’11 giugno del 1952, laureato in scienze politiche, è stato insegnante e coordinatore didattico del centro di formazione professionale presso la fondazione “Luigi Clerici”, che ha sede in via Paolo Gorini a Lodi. E’ poi stato segretario e quindi direttore generale dell’azienda di promozione turistica del lodigiano e ha terminato la propria esperienza lavorativa, prima del pensionamento, come dirigente responsabile dei sistemi turistici presso l’amministrazione della Provincia di Lodi. Ha pubblicato numerosi saggi, opuscoli e testi vari sull’economia, le tradizioni e l’arte del lodigiano. Da una ventina d’anni è membro della Società Storica Lodigiana, un’associazione storico-scientifica fondata nel 1881 che edita la rivista Archivio Storico Lodigiano. Questo libro è appunto un supplemento a tale rivista, della quale l’autore è redattore da quasi una decina d’anni. Il volume era stato presentato nel novembre del 2011 presso l’ex Conventino di Lodi Vecchio, a chiusura di una rassegna di tre incontri organizzati dal locale assessorato alla cultura per le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità (negli altri due incontri erano stati presentati i libri di Antonio Spini e Marco Baratto, rispettivamente “Il ruolo dei cattolici nel Risorgimento” e “I colori della libertà”). Il titolo del libro riecheggia il nome di uno strambotto anonimo pubblicato nella primavera del 1848 dalla Gazzetta della Provincia di Lodi e Crema. L’opera ripercorre alcune delle tappe del Risorgimento in terra lodigiana, dai momenti della prima guerra d’indipendenza fino a quelli della presa di Roma, includendo però anche notizie sulla partecipazione di alcuni garibaldini locali alla successiva campagna di Francia. Notevole la quantità di atti e documenti, spesso inediti, riprodotti nel testo. Ragguardevole la documentazione iconografica, basata soprattutto sulle fotografie dei personaggi protagonisti dei vari capitoli. L’autore ha svolto un importante lavoro di ricerca in molti archivi lodigiani e lombardi ed è riuscito in un’operazione non facile, quella di riproporre all’attenzione del pubblico, con rigore d’indagine e buona capacità espositiva, numerose storie e situazioni meritevoli di essere ricordate e valorizzate. Il tutto nella convinzione che il recupero della memoria storica possa facilitare l’edificazione di una società civile basata sulla consapevolezza della propria reale identità. Premessa, questa, necessaria per costruire l’Italia di domani, il paese per il quale i nostri avi hanno duramente combattuto (Angelo Stroppa ha un trisavolo volontario nella guerra d’indipendenza del 1866) e, al tempo stesso, il paese dei nostri figli e nipoti.

 

Foto 1 e 2: la copertina e il retro di copertina del libro di Angelo Stroppa “Il piumettin di tre colori - Memorie non autorizzate di lodigiani protagonisti del Risorgimento nazionale (1848-1871)”, Edizioni dell’Archivio Storico Lodigiano, Lodi, 2011 (la sede della Società Storica Lodigiana è a Lodi, in via Fissiraga 17, telefono 0371.424128, fax 0371.422347, mail societastorica@comune.lodi.it).

Foto 3 e 4: due immagini della statua in marmo bianco di Carrara dedicata al patriota Paolo Gorini (Pavia, 28 febbraio 1813 - Lodi, 2 febbraio 1881), posta nei giardini di piazza dell’Ospitale a Lodi, a pochi passi dalla chiesa di san Francesco, realizzata dallo scultore Primo Giudici e inaugurata il 30 aprile 1899.




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Italia. Un paese speciale. Storia del Risorgimento e dell'Unità

Tra le molte opere pubblicate in occasione del 150° anniversario dell’unità e dell’indipendenza dell’Italia, ce n’è una che si presenta in una veste accurata ma non lussuosa, quasi a voler sottolineare un certo intento divulgativo eppure, una volta sfogliate le sue pagine, anche a voler fornire debito conto di una completezza di sintesi e di una ricchezza di contenuti veramente ammirevoli, con una encomiabile prevalenza della sostanza sull’apparenza. Una lezione, questa, che nel contesto delle celebrazioni dell’unità da poco conclusesi denota un indubbio stile rispetto a certe costose strenne tanto curate nella veste editoriale quanto approssimative per ricerca storica e spessore critico. Si tratta di “Italia. Un paese speciale. Storia del Risorgimento e dell’Unità”, di Aldo Alessandro Mola, Edizioni del Capricorno, Torino, 2011. L’opera (720 pagine, 350 illustrazioni, euro 35,60 in tutto) è divisa in quattro libri, i cui titoli indicano le partizioni in cui lo sviluppo del nostro sorgere a nazione, soprattutto nei suoi esiti fondamentali, è stato indagato, espresso e motivato: “Le radici (1800-1858)”, “L’indipendenza (1859)”, “L’unità (1860)” e “La libertà (1861)”. Tutti i libri presentano, a corredo delle vicende descritte e delle considerazioni esposte, un esaustivo e ben bilanciato apparato di cronologie, carte storiche, illustrazioni anche rare e prima inedite, spazi per specifici approfondimenti, modalità di collegamento e sinergia esplicativa tra i diversi elementi di riferimento e le varie sezioni tematiche. La lettura, pur trattandosi di argomenti di evidente importanza, risulta sempre gradevole e induce a procedere attraverso l’esposizione dei fatti, dei temi e dei personaggi con crescente interesse. Colpisce la possibilità di poter trovare in certi passaggi del testo aspetti in genere presenti in opere piuttosto specialistiche, qui trattati con indubbio rigore scientifico ma anche con grande capacità chiarificatrice e con soluzioni narrative molto coinvolgenti. Ci si chiede perché questo importante contributo alla nostra storia risorgimentale non possa divenire, così come è, un testo in quattro volumi per le scuole superiori, avendone tutte le caratteristiche rispetto ai requisiti dei programmi in essere, anzi qualcuna in più. Solidità d’impianto storiografico, abbondante dottrina, equilibrio di giudizio e ricorrente capacità di stimolo verso una materia resa appassionante: si tratterebbe di un salto di qualità innegabile, se si pensa a certe pubblicazioni attualmente in utilizzo, e di un’ottima opportunità di apprendimento e motivazione allo studio per moltissimi giovani. E magari anche per qualche insegnante fermo alle codificazioni storiografiche del Della Peruta. L’autore, Aldo Alessandro Mola, è nato a Cuneo nel 1943. E’ stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 ha ricevuto la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. E’ docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano. E’ direttore del Centro per la Storia della Massoneria e contitolare della cattedra Pierre-Theodore Verhaegen dell’Université libre de Bruxelles. E’ direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti e presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, della Associazione studi sul saluzzese e del Centro Studi Mario Pannunzio di Alessandria. Nel 2004 ha ricevuto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri il Premio alla Cultura. Direttore di collane di storia per vari editori, ha organizzato numerosi convegni di studi per istituzioni, enti e associazioni, anche per alcuni Ministeri, in particolare per quello della Difesa. E’ da sempre un saggista di grande successo e tra le sue opere principali non possono non essere menzionate: “Garibaldi vivo. Antologia critica degli scritti con documenti inediti” (Mazzotta, 1982), “Per una scuola che funzioni. Dal mito delle riforme alla ricerca dell’efficacia” (Armando Curcio Editore, 1990), “Passando a nord-ovest” (Bastogi Editrice Italiana, 1996), “Geografia e storia dell’idea di libertà – 1799-1999” (Falzea, 2000), “Storia della monarchia in Italia” (Bompiani, 2002), “Giovanni Giolitti. Fare gli italiani” (Edizioni del Capricorno, 2005), “Storia della massoneria italiana: dalle origini ai giorni nostri” (Bompiani, 2006), “Declino e crollo della monarchia in Italia: i Savoia dall’unità al referendum del 2 giugno 1946” (Mondadori, 2008), “Massoneria” (Giunti Editore, 2012), “Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922” (Edizioni del Capricorno, 2012).

 

Foto 1: Aldo Alessandro Mola, l’autore di “Italia. Un paese speciale. Storia del Risorgimento e dell’Unità”, Edizioni del Capricorno, Torino, 2011.




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Il Generale Giuseppe Garibaldi

La storiografia su Garibaldi è sterminata e sconfinata è la varietà dei temi trattati in riferimento alla sua persona e alle sue imprese. In occasione del bicentenario della sua nascita, nel 2007, innumerevoli sono state le pubblicazioni intese a narrare la sua vita, qualche volta a celebrare i suoi eroismi, spesso a denigrare la sua persona in nome, di volta in volta, di un meridionalismo revanscista se non addirittura filoborbonico; di un nordismo gretto, bieco, ignorante; di un certo gusto tutto scandalistico per l’indagine storica praticata “dal buco della serratura”; di un integralismo cattolico non allineato alle ben ponderate posizioni delle gerarchie ufficiali ma caratterizzato da rancorose esternazioni antirisorgimentali. Insomma, su Garibaldi si è scritto tutto e il contrario di tutto. Per chi voglia, in questo confuso panorama, respirare storiograficamente una boccata d’aria buona, schiarendosi la mente, ecco l’ottimo volume edito dall’Ufficio Storico dell’Esercito Italiano con la Collaborazione della Commissione Italiana di Storia Militare, “Il Generale Giuseppe Garibaldi”, uscito in occasione del bicentenario della nascita di Garibaldi e subito andato a ruba tra gli studiosi del Risorgimento e tra i ricercatori e gli appassionati della storia militare nazionale. Il libro è ancora reperibile ma va ordinato all’Ufficio Storico tramite libreria e non è difficile prevedere l’esaurimento a breve delle copie rimaste disponibili. Perché si tratta di un’opera così valida? Innanzitutto perché non si perde in chiacchiere sulle donne di Garibaldi, contesse o servotte che fossero, e non si attarda minimalisticamente su certi particolari della sua quotidianità. Non se ne può più della letteratura rosa sugli amori dell’eroe dei due mondi. E basta con la tela delle sue brache antesignana dei jeans o con il sacco delle fave portato a Caprera. Gli inglesi non ricordano Byron in Grecia per il taglio dei suoi capelli né i francesi La Fayette in America per la misura delle sue scarpe. Questo è un libro sul Garibaldi battagliero, sul combattente coraggioso, sul guerriero indomito, sul “Generale”, come dice subito il titolo. Vale a dire, sul Garibaldi migliore, più vero, più grande, sul Garibaldi che da tante piazze d’Italia ricorda a noi e ai nostri figli quanto gli italiani sappiano battersi, sappiano farsi onore, sappiano vincere i propri nemici. Con buona pace di tutti i nostalgici di qualche franceschiello o di qualche infallibile beato. E’ sufficiente dare un’occhiata all’indice per intendersi: Le campagne d’America, 1836-1848, di Grazioli; La campagna del 1848, di Del Bono; La campagna del 1849, di Tosti; La campagna del 1859, di Rocca; La campagna del 1860 in Sicilia, di Corselli; Dallo Stretto al Volturno, di Reisoli; La campagna del 1866, di Schiarirli; La campagna del 1867, di Cicconetti; La campagna di Francia, di Maravigna. Questa è un’opera sulle campagne di guerra di Garibaldi, tutte campagne dure, difficili, rischiose, attraverso le quali il protagonista è raccontato in contesti nei quali i fatti, le cose, i dati storici tracciano la sua vicenda umana, militare, politica in modo preciso, asciutto, inequivocabile. Ogni autore dedica un testo molto competente e documentato ai fatti d’arme descritti e al personaggio che ne costituisce il principale attore. Ne esce il ritratto di un uomo d’azione, coraggioso e intelligente. Senza retorica, semplicemente, da queste pagine emerge la figura di uno stratega eccezionale, di uno dei più grandi condottieri della storia moderna. La sorpresa che riserva questo libro – e probabilmente la ragione che spiega il suo contenuto così equilibrato, ricco di sostanza e povero di fronzoli, esatto nei dati e serrato nello svolgimento – è che i suoi autori sono tutti ufficiali, militari di carriera, vissuti grosso modo tra la metà dell’ottocento e la metà del novecento, quindi scomparsi da molto tempo. Questa pubblicazione ripropone infatti al pubblico il libro “Garibaldi condottiero” edito nel 1932, quindi circa ottanta anni fa. Ciò che stupisce, e che probabilmente ha indotto alla sua riedizione, è che sembra un libro scritto oggi, a parte qualche raro stilema d’epoca, per la sua immediata presa sul lettore e per l’interesse che le sue avvincenti ricostruzioni belliche suscitano in ogni capitolo. I suoi autori sono Francesco Saverio Grazioli (Roma, 1869 – Firenze, 1951), che terminò il servizio nell’Esercito come generale d’Armata; Giulio Del Bono (Firenze, 1872 – Roma, 1845), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Divisione; Amedeo Tosti (Pietracupa nel Molise, 1888 – Roma, 1865), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Brigata; Carlo Rocca (Oneglia, 1868 – Roma, 1966), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Divisione; Rodolfo Corselli (Palermo, 1873 – Roma, 1861), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Corpo d’Armata; Gustavo Reisoli Matthieu di Pian Villar (Torino, 1887 – Torino, 1955), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Corpo d’Armata; Pompilio Schiarirli (Cortona, 1855 – Roma, 1935), che terminò il servizio nell’Esercito come brigadiere generale; Luigi Cicconetti (Poggio Mirteto, 1868 – Poggio Mirteto, 1945), che terminò il servizio nell’Esercito come generale di Corpo d’Armata; Pietro Maravigna (Catania, 1876 – Roma, 1864), che terminò il servizio nell’Esercito come generale d’Armata. I saggi scritti da ciascun autore, così raccolti e ordinati, forniscono una visione d’insieme molto esauriente della vita militare di Garibaldi, Maggiore Generale dell’Armata Sarda e poi dell’Esercito Italiano. E’ una visione che parte dagli anni del Sud America ed arriva alla campagna di Francia. Si tratta di una spazio temporale di trentacinque anni, che rappresenta il periodo più importante della vita di Garibaldi e al tempo stesso l’arco di tempo del vero e proprio Risorgimento italiano. Davvero encomiabile questa iniziativa, che offre l’opportunità di una lettura tanto approfondita quanto sobria e affidabile della vita militare di Giuseppe Garibaldi, attraverso pagine che continuano a mostrare forza di contenuti e stile impeccabile.

 

Foto 1: la copertina del libro “Il Generale Giuseppe Garibaldi”, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 2007.




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La prima guerra dell'indipendenza italiana, 1848-1849

L’Editoriale Sometti di Mantova è una casa editrice molto apprezzata. In questi anni ha dedicato alla nostra storia risorgimentale opere di notevole interesse. Nel 2008 Sometti ha avuto il merito di pubblicare le tavole del celebre album di Stanislao Grimaldi del Poggetto (Chambéry, 25 agosto 1825 – Torino, 17 maggio 1903), dedicate ai fatti d’arme della prima guerra di indipendenza. Grimaldi partecipò direttamente al conflitto come sottotenente del reggimento Genova Cavalleria (4°) e si trovò personalmente coinvolto in alcune delle azioni da lui successivamente illustrate, come nel caso delle due tavole riguardanti lo scontro di Governolo. La prima edizione del suo “Album sulle campagne d’indipendenza sostenute dall’esercito piemontese nel 1848-1849” è del 1853. L’opera fu nuovamente pubblicata a Torino nel 1899, in occasione del cinquantesimo anniversario di quella guerra, come “L’arte e le guerre dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Campagne del 1848-49 dell’Esercito Sardo”, con testo del generale Severino Zanelli e riproduzioni in eliotipia di Pietro Carlevaris. Questa edizione di Sometti è curata da Massimo Zanca, dottore di ricerca in Storia Moderna all’Università degli Studi di Verona. Zanca ha al suo attivo molte pubblicazioni di carattere storico. Oltre ad essere un ricercatore molto apprezzato in ambito specialistico, sa come comunicare al grande pubblico il senso dei temi e degli eventi storici in modo efficace e coinvolgente. Ha redatto, avvalendosi della collaborazione della dott.ssa Giada Reggiani, le schede esplicative contenenti le note critiche che accompagnano le singole tavole dell’album. Per l’apparato iconografico l’editore e l’autore si sono avvalsi della collaborazione del prof. Franco Prospero. Si tratta di un’iniziativa editoriale di indubbio rilievo, grazie alla quale si è realizzata un’opera molto gradita non solo allo storico appassionato ed al culture dell’epopea risorgimentale ma anche a chi si accosta con curiosità a quegli eventi per la prima volta. Le tavole di Grimaldi possono infatti rappresentare un valido aiuto per comprendere molti dei momenti nei quali la nostra storia nazionale ha iniziato la propria effettiva formazione, tra estreme difficoltà e dolorose sconfitte ma anche tra esaltanti successi ed atti del più ammirevole eroismo.

 

Foto 1: copertina del libro La prima guerra dell’indipendenza italiana, 1848-1849, a cura di Massimo Zanca, con la collaborazione di Giada Reggiani e Franco Prospero, contenente le tavole dell’Album sulle campagne d’indipendenza del conte Stanislao Grimaldi del Poggetto (prima edizione 1853), Mantova, Editoriale Sometti, 2008 (i documenti qui indicati di seguito sono tratti da questa pubblicazione).

Documento 1: profilo biografico di Stanislao Grimaldi del Poggetto.

Documento 2: nota informativa su Massimo Zanca.




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Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino

Il Museo d’Artiglieria di Torino è stato fondato nel 1843 grazie a quell’impulso di idee, di interessi e di tecnologie che, anche in campo militare, ha caratterizzato il regno di Carlo Alberto. Lo ha preceduto, nel settecento, l’Arsenale di Torino, un insieme di sale e di attrezzature militari orientate a specifiche aree di attività, come la formazione dei quadri dell’esercito, la fornitura di armamenti e il deposito di materiale bellico. Questo libro di Giancarlo Melano, edito nel 2011 dal Centro Studi Piemontesi, si basa su una serie di ricerche originali molto approfondite e ci racconta con grande competenza le vicende storiche del Museo, la ricchezza delle sue collezioni e il significato di una tradizione militare piemontese e poi italiana di inestimabile valore. Per molti anni il Museo d’Artiglieria di Torino è stato l’unico a carattere storico militare in Italia, stimolando poi la creazione di molti altri musei nazionali. E’ stato anche un precursore in ambito europeo: ad esempio, i musei di Vienna, Dresda e Londra sono di gran lunga posteriori e si sono ispirati agli stessi intendimenti espressi da Carlo Alberto riguardo all’istituzione museale torinese. Oggi queste raccolte documentano le glorie dell’Artiglieria italiana attraverso un ricco apparato di documenti, cimeli e armamenti, consentendo di comprendere il senso e la funzione di un’Arma così decisiva nel corso della nostra storia nazionale. Grazie a questo insieme di collezioni, dalle armi portatili ai cannoni, dai modelli in scala ai dipinti dei Gran Mastri, dai manoscritti alle bandiere, emerge in tutta la sua rilevanza il ruolo dell’Artiglieria e più in generale dell’Armata del Regno di Sardegna nel periodo risorgimentale, consentendo agli italiani di oggi di comprendere meglio l’impegno, il risultato e il valore di quelle campagne di guerra e di quei conflitti, spesso cruentissimi, che portarono in pochi decenni all’unità e all’indipendenza dell’Italia. Dopo il periodo iniziale presso l’Arsenale e quindi una lunga permanenza nel Maschio della Cittadella di Torino, le collezioni sono ora depositate presso la caserma Carlo Aimone di Torino, in attesa di un’opportuna valorizzazione non solo nella loro precedente sede, finalmente in restauro, ma anche in altri adeguati spazi espositivi, così da poter conservare ed offrire ai visitatori ed ai ricercatori tutto quanto il Maschio non potrà più accogliere. Siamo dunque alla vigilia di una degna sistemazione, dopo alcuni anni in cui questo patrimonio storico non è stato accessibile al pubblico. Ancor più prezioso si rivela dunque questo volume di Giancarlo Melano, che pagina dopo pagina ci conduce attraverso la scienza applicata, l’ingegno tecnologico, il coraggio militare, la fedeltà alle istituzioni di un Piemonte divenuto motore propulsivo e artefice realizzatore della nascita e del consolidamento dello Stato unitario italiano.

 

Foto 1: la copertina del volume.




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Cavour

Chi vuole riprendere contatto con la figura di Camillo Benso di Cavour troverà in questo bel libro di Adriano Viarengo, edito dalla Salerno Editrice di Roma, un’opportunità molto interessante. Uscito nel 2010, anno in cui ricorreva il duecentesimo anniversario della nascita e il centocinquantesimo anniversario della scomparsa del conte di Cavour, il volume è apprezzabile per la sua completezza e profondità riguardo al personaggio trattato, non sempre facile da definire nonostante gli stereotipi di certa storiografia divulgativa. Ben impostata e coinvolgente la ricostruzione del contesto storico, con una descrizione della vicenda umana e politica del protagonista spesso avvincente. Un libro molto serio, storicamente impeccabile, ma che si legge con vivo interesse dall’inizio alla fine. Ricco ed esauriente l’apparato di note al testo, di un’accuratezza encomiabile. La bibliografia posta al termine dell’opera rappresenta un aiuto importante per chi intenda orientarsi nella sterminata letteratura che da un secolo e mezzo è dedicata a Cavour. La lettura non comporta l’impegno di opere come quelle dell’Omodeo e del Romeo e risente, però in modo agile, degli scritti del Ruffini, del Pischedda, del Talamo e del Cafagna. Un libro equilibrato, scritto da un autore molto preparato e munito al tempo stesso di un gradevole stile narrativo. Viarengo è un apprezzato studioso del Risorgimento ed è condirettore della “Rivista Storica Italiana”. Sempre nel 2010, alcuni mesi dopo questa biografia di Cavour, è uscito il suo libro “Autoritratto - Lettere, diari, scritti e discorsi” di Cavour, con prefazione di Giuseppe Galasso, edito da Rizzoli, nel quale la vita dello statista è mostrata direttamente attraverso un’oculata selezione dei suoi scritti.

Foto 1: Copertina del volume, con particolare del ritratto di Cavour dipinto dall’Hayez.




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Lo Stivale di Garibaldi

Un volume molto interessante, quello di Marco Pizzo, che presenta una ricca documentazione fotografica proveniente dal Museo Centrale del Risorgimento di Roma e da altre raccolte, accompagnando le immagini con testi molto competenti e puntuali. L’autore dirige il MCRR e coordina il progetto di inventariazione dei fondi archivistici dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano. Ha ideato nel 2001 il progetto espositivo del MCRR, in occasione della sua riapertura. Negli anni successivi ha curato numerose mostre di argomento storico e artistico presso il Vittoriano ed altre sedi in Italia e all’estero. E’ l’autore dei noti e utilissimi Repertori del MCRR (collezioni d’arte, fondi archivistici, fonti iconografiche, fondi fotografici). “Lo Stivale di Garibaldi. Il Risorgimento in fotografia”, edito da Mondadori Electa, Milano, illustra molto bene come la fotografia, che a metà dell’ottocento stava muovendo i primi passi, si sia rivelata subito uno strumento di comunicazione di massa molto efficace ed abbia svolto un ruolo sempre più rilevante nella costruzione di un immaginario visivo del patriottismo risorgimentale. Garibaldi comprese subito la portata innovativa di questo mezzo e ne seppe sfruttare le potenzialità attraverso i suoi numerosi ritratti, che lo fecero diventare un’icona popolare e ne rafforzarono la connotazione eroica. Il volume, illustrato anche con fotografie rare e inedite, narra con immediatezza e vivacità come e con quali scopi la fotografia venne utilizzata durante il Risorgimento: i primi reportage della nostra storia, le prime vedute di campi di battaglia, i ritratti, quelli ufficiali ma anche quelli insoliti, di patrioti, soldati e personaggi di quel periodo. La fotografia fu allora un mezzo di comunicazione molto innovativo, che cambiò in pochi anni il modo in cui gli avvenimenti erano rappresentati e quindi venivano percepiti da strati sempre più ampi della popolazione. Dalla Repubblica Romana del 1849 alla breccia di Porta Pia del 1870, la “rivoluzione risorgimentale” viene anche documentata dalla “rivoluzione fotografica”, che cambierà per sempre il modo di rappresentare, e talvolta magari di inventare, la realtà.

 

Foto 1: Copertina del volume.




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Bella e perduta

Un libro di storia che è anche un racconto appassionato, un libro di quelli che, alla fine, lasciano il segno. Questo è “Bella e perduta, l’Italia del Risorgimento”, di Lucio Villari. Edito da Laterza nel 2009, il volume ha già raggiunto numerose edizioni e sta incontrando un successo più che meritato. “Vi è stato un tempo della nostra storia nel quale molti italiani non hanno avuto paura della libertà, l’hanno cercata e hanno dato la vita per realizzare il sogno della nazione divenuta patria”. “La conquista della libertà italiana è stata la rivendicazione dell’unità culturale, storica, ideale di un popolo per secoli interdetto e separato, l’affermazione della sua indipendenza politica, la fine delle molte subalternità alla Chiesa del potere temporale, l’ingresso nell’Europa moderna delle Costituzioni, dei diritti dell’uomo e del cittadino, del senso della giustizia e del valore dell’eguaglianza”. Così l’autore, per il quale il Risorgimento è stato “opera dei giovani”. Ed è ai giovani che si deve se gli italiani non sono più “un popol diviso per sette destini / in sette spezzato da sette confini”. “Attraverso queste vibrazioni romantiche e con l’emozione di un’epopea” deve essere celebrato il Risorgimento, non solo in base ai depositi antiquari dei musei. Villari è docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tre. E’ autore di volumi e saggi sulla storia culturale, politica ed economica dell’Europa e degli Stati Uniti dal Settecento al Novecento. La sua è una voce autorevole e questo libro spiega con chiarezza come durante il Risorgimento l’amore per la “patria sì bella e perduta” cantata nel Nabucco si rivelasse “come uno sgomento esistenziale. Bisognava reagire, agire”. Moltissimi giovani hanno dato la vita perché provavano “un’angoscia di fondo: che l’Italia rischiasse di perdersi per sempre”. E’ una voce autorevole e coraggiosa, quella di Villari, fuori dal coro di tutti coloro che intendono snobbare il 150° anniversario dell’unità d’Italia per nostalgia di Ranieri, Maria Sofia e Antonelli. Colpiscono, nella Premessa al testo, due citazioni. Una è di Friedrich Nietzsche, del 1878, intitolata Risorgimento dello spirito: “Quando un popolo è politicamente malato, di solito ringiovanisce se stesso e ritrova alla fine lo spirito che aveva lentamente perduto, per riscoprire e conservare la sua potenza. La civiltà deve le sue più alte conquiste proprio alla reazione verso le epoche di debolezza politica”. L’altra è di Benedetto Croce, del 1924: “ Ci sono popoli, come ci sono individui, che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi”. Come dire: l’Italia è stata fatta dai giovani, i vecchi la stanno disfacendo.

 

Foto 1: Copertina del volume, con riproduzione del dipinto “La Meditazione” dell’Hayez, nella versione del 1850 (la successiva del 1851 non ha il braccio sinistro alzato, ha la croce e lo sguardo non è abbassato). E’ un quadro “politico”, scelto da Villari per significare “l’autenticità e la verità morale di una presenza politica della cultura risorgimentale nell’arte italiana”.




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Lame del Risorgimento

“E’ un libro indirizzato a tutti gli appassionati di armi che desiderano conoscere, confrontare e classificare le armi bianche in uso presso l’esercito piemontese dal 1814 fino all’unità d’Italia, testimonianza e patrimonio comune del nostro glorioso passato. Spero che possano trovare in esso un pratico manuale di facile consultazione e che possano essere stimolati ad approfondire lo studio e la ricerca. E’ rivolto inoltre a tutti coloro che vogliono, attraverso la conoscenza di queste armi che hanno contribuito a scrivere tante pagine del nostro Risorgimento, rivivere e comprendere un po’ della nostra storia”. Così dice l’autore, Euro Piancastelli, rivolgendosi ai lettori. Nato a nel 1954, laureato in medicina e chirurgia, il dott. Piancastelli svolge attività di chirurgo a Faenza ed è un appassionato collezionista e studioso di armi risorgimentali, soprattutto armi bianche. Fa parte dell’Associazione Amici del Museo Stibbert di Firenze ed è socio dell’Accademia di San Marciano di Torino. Questo volume è uscito nel 2007 ed è divenuto un punto di riferimento per tutti i collezionisti delle armi bianche di quel periodo. Sono prese in esame le sciabole, le spade e le daghe dell’esercito piemontese e poi italiano dal 1814 al 1873. “Nel periodo che va dalla Restaurazione all’unità d’Italia, grande importanza rivestirono le armi bianche nella risoluzione degli scontri armati. Questo libro vuole illustrare e descrivere tali strumenti bellici, che tanto hanno contribuito a costruire il nostro Risorgimento, perché, piaccia o no, la storia è stata scritta anche con le armi”. Così ancora l’autore, che sottolinea un aspetto talvolta sottovalutato dagli studiosi del Risorgimento. Impeccabile il testo e ricco l’apparato iconografico. Un’opera che, insieme alla “Storia dell’Arma Bianca Italiana” di Cesare Calamandrei, non può mancare nella libreria dei cultori dell’arma bianca risorgimentale.

Foto 1: Copertina del volume.

Foto 2: riproduzione dell’incisione raffigurante il colonnello Ferdinando Maffei, ad inizio testo.




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Uomini e logge nella Torino capitale

Il libro racconta la storia della rifondazione della massoneria in Italia, avvenuta con la creazione della loggia Ausonia a Torino nel 1859 e con la successiva costituzione del Grande Oriente d’Italia. Gli autori sono Marco Novarino e Giuseppe Vatri. Novarino è docente a contratto presso la cattedra di Lingua e letteratura spagnola della facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università degli Studi di Torino. E’ Segretario generale della Fondazione Ariodante Fabretti e studioso dell’associazionismo laico italiano e spagnolo. Ha pubblicato diverse opere, tra le quali va ricordata “L’Italia delle minoranze. Massoneria, protestantesimo e repubblicanesimo nell’Italia contemporanea”. Vatri è uno scrittore che vive e lavora a Torino ed ha pubblicato numerose opere sulla massoneria, soprattutto su quella di Rito Scozzese Antico e Accettato. Questo volume è frutto di un’ampia ricerca archivistica ed emerografica. Analizza in modo approfondito gli intrecci, a volte complessi, tra il processo di unificazione nazionale e la massiccia ripresa delle attività massoniche tra il 1859 ed i primi anni dello Stato unitario. Dopo la diffusione delle logge in Italia in epoca napoleonica, nel periodo della Restaurazione le attività della massoneria subirono forti limitazioni e furono coordinate da pochi Venerabili, che mantennero vivi i legami con le logge europee, soprattutto di Londra e Parigi, nonostante la censura e le proibizioni delle polizie dei vari Stati pre-unitari. Eccezione importante fu la città di Genova, dove la loggia Trionfo Ligure anticipò nel tempo la loggia Ausonia, affiliandosi nel periodo iniziale al Grande Oriente di Francia. La massoneria non fu estranea agli indirizzi istituzionali ed alla politica ecclesiastica della dirigenza liberale piemontese, sin dal primo ministero costituzionale sino alla fondazione dell’Ausonia. Molto interessanti le pagine sul sistema di contrasto messo in opera, per tutti gli anni ’50, dal giornale cattolico l’ ”Armonia” di don Giacomo Margotti, a difesa delle ragioni della Chiesa contro il progetto cavouriano e rattazziano. Ben descritto lo scontro generalizzato tra massoneria e cattolicesimo, a partire proprio dal 1859, quando inizia l’opera di costituzione delle nuove logge nei territori da poco sottratti all'Austria, con momenti di conflitto durissimo tra i principali Venerabili del nord Italia, da un lato, ed alcuni poteri forti, noti e meno noti, messi in campo dall’Antonelli dopo l’ “invasione” del territorio di San Pietro da parte dell’esercito italiano nel 1860. Il libro è arricchito da una consistente appendice documentaria, con testi inediti o di difficile reperibilità e consultazione. Gli anni dal 1859 al 1862, così cruciali per la storia italiana, sono ripercorsi in modo molto approfondito, fornendo indicazioni preziose per chiunque non voglia fermarsi alla superficie di quei cambiamenti storici, che furono innegabilmente frutto di una vicenda al tempo stesso risorgimentale e massonica, tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

Foto 1: Copertina del volume.




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Carlo Alberto

Su Carlo Alberto esiste un’ampia storiografia, aspramente divisa, passata attraverso fasi di apprezzamento, talvolta eccessivo, in epoca post-unitaria e momenti di esecrazione, spesso immeritata, in epoca repubblicana. Nel secondo dopoguerra parte degli storici, a partire dallo Spellanzon, si pone in sintonia con il contesto culturale del tempo e rispolvera contro Carlo Alberto i vecchi pregiudizi dell’astioso Carlo Cattaneo. Nonostante i contributi apprezzabili del Pieri e del Pischedda, altri autori si muovono poi sulla linea di quella “retorica dell’antiretorica” della Storia che, in Italia, si dipana da Salvemini e Gobetti e porta alla pubblicazione di saggi storici, oltre che di innumerevoli testi scolastici, tesi ad enfatizzare l’opera delle varie consorterie mazziniane e correntiane rispetto ai reali protagonisti, filo-piemontesi e “albertisti”, del processo risorgimentale. Si giunge così alle mostre celebrative di un improbabile Risorgimento socialisteggiante, confacente agli intendimenti politici e culturali della Milano craxiana e pillitteriana degli anni ottanta. Chi si pone invece, inizialmente quasi da solo, su una linea ben diversa di ponderato equilibrio e rigore storiografico è Silvio Bertoldi, che nel 2000 pubblica “Il Re che tentò di fare l’Italia – Vita di Carlo Alberto di Savoia”, edito da Rizzoli. E’ un libro dal testo scorrevole, gradevole da leggere eppure al tempo stesso molto ben documentato e davvero ammirevole per la profondità d’indagine con cui l’autore costruisce la biografia del protagonista, di certo una delle meno agevoli da strutturare e presentare. Insieme ai due tomi del Rodolico, di lettura senz’altro più impegnativa, ed al successivo bel libro del Brignoli, quest’opera merita un posto di riguardo nella biblioteca di chi non ha mai creduto al Risorgimento dei demagoghi e degli arruffapopolo. Grande merito di Bertoldi è di aver compreso, e di far comprendere ai lettori, come quella di Carlo Alberto sia una figura chiave negli eventi del 1848 e del Risorgimento, spesso trascurata a favore del più “simpatico” figlio Vittorio Emanuele. Dopo i suoi primi anni di regno, Carlo Alberto imbocca la via delle riforme ed assume posizioni più liberali. La frizione con l’Austria si manifesta già intorno al 1840 ed all’inizio del 1848 raggiunge un punto di non ritorno. Sono note le tappe di questa escalation della conflittualità, dagli iniziali contrasti doganali e commerciali a quelli dovuti all’occupazione austriaca di Ferrara. Per Bertoldi, Carlo Alberto è un Re che ha il coraggio dei suoi sogni “che erano l’aspirazione a un'Italia unita, libera e indipendente dagli stranieri, per la quale – unico tra i principi italiani e unico soprattutto tra i tanti contemporanei ‘padri della patria’ inebriati di chiacchiere e di irrealizzabili progetti – sia sceso in campo a battersi alla testa del suo piccolo Piemonte contro l’Impero austriaco. Giocandosi tutto, il suo regno, il suo nome, l’avvenire dei suoi figli”. Tra tanti irrealizzabili progetti politici, dalla lega neoguelfa voluta dal profeta Gioberti, all’utopica lega federale, ma meglio si direbbe cantonale, di Cattaneo, dalle scombinate cospirazioni dell’apostolo Mazzini, che danno al paese soltanto forche e capestri, agli ingenui tentativi di fratellanza repubblicana con una Francia da sempre ghiotta di terre italiane, effettuati dai repubblicani milanesi, Carlo Alberto trasforma i propri sogni nell’unico programma politico degno di tale nome, quello dell’indipendenza e dell’unità italiana con la monarchia costituzionale dei Savoia. E’ Carlo Alberto che muove il primo passo verso l’unità d’Italia, combattendo una guerra vera, ufficiale, in campo aperto, contro l’Austria. Anche se nel 1848 e poi nel 1849 si è perso, anche se solo nel 1859 si è vinto, non è con l’apertura del parlamento a Torino nel marzo del 1861 che comincia l’Italia. Tutto inizia quando Carlo Alberto passa il Ticino nel marzo del 1848, con la sua nuova bandiera, il tricolore.

 

Foto 1: Copertina del volume, con particolare del ritratto di Carlo Alberto al Castello di Racconigi.




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I bersaglieri nel Risorgimento

Chi volesse leggere un libro sui bersaglieri che abbia, di questo celeberrimo Corpo, la stessa vivacità ed efficacia, un libro ben documentato e ben scritto, un libro non retorico ma coinvolgente e appassionante, insomma, chi volesse leggere un vero libro da bersagliere, non mancherà certo di apprezzare il volume “I bersaglieri nel Risorgimento, 1848-1870. Da Goito a Porta Pia, la prima stagione del Corpo Piumato”, pubblicato nel 2009 da Armando Rati, edito da Sometti, Mantova. La spiegazione di tutte queste qualità è semplice: Rati è un generale dei bersaglieri. Mantovano, laureato in pedagogia presso l’Università di Verona, oltre che un militare di carriera è anche un noto studioso di storia militare. E’ stato Presidente del Comitato Mantovano dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano ed ha collaborato in numerose occasioni, su temi storici e militari, con la Gazzetta di Mantova e la Voce di Mantova. Ha al suo attivo numerosi libri, quasi tutti editi da Sometti, ben conosciuti ai lettori italiani di storia politico-militare. Rati è considerato un’autorità nel suo campo e questo testo, una volta di più, lo conferma. La scrittura asciutta, rapida, ricca di riferimenti precisi ed indicazioni molto pertinenti, si alterna alle numerose immagini, attentamente selezionate, che illustrano le imprese dei bersaglieri, dalla loro nascita, il 18 giugno 1836, alle campagne del 1848 e 1849; dall’eroismo dei bersaglieri lombardi di Luciano Manara a Roma, alla guerra di Crimea nel 1855; dalla campagna del 1859 a quella del 1860 nell’Italia centrale; dalla lotta al brigantaggio ad Aspromonte; dalla campagna del 1866 fino a Porta Pia, nel 1870, dove furono loro a porre il suggello finale, veramente emblematico, al compimento del processo risorgimentale, nel luogo in cui i loro camerati si erano immolati nel 1849, massacrati dai francesi e dai mercenari papalini: Roma. Un’epopea militare ma anche nazionale e popolare, ben radicata nel cuore degli italiani: da sempre il bersagliere è il simbolo del soldato di fanteria intrepido, generoso sino all’estremo sacrificio, e, soprattutto, giovane: non fu un caso che la prima compagnia di bersaglieri fosse formata da “115 giovani dai 19 ai 25 anni, agili e forti, fatti alle marce, esperti nel tiro”. Alessandro Ferrero della Marmora li volle così: sempre preparati, allenati, “pronti alla guerra come nessun altro mai in Italia”. Nella prima guerra d’indipendenza il primo caduto fu un bersagliere, il 6 aprile 1848, a Marcaria: Giuseppe Bianchi, che Rati dice essere della Savoia. Alla fine del Risorgimento, a Porta Pia, il 20 settembre 1870, fu ancora un bersagliere a sacrificarsi, per dare all’Italia la sua capitale: il maggiore Pagliari, di Persico, in provincia di Cremona. 

 

Foto 1: Copertina del volume, con particolare del dipinto di C. Bossoli “La presa del colle di San Martino da parte dei bersaglieri”, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento.
Foto 2: Luciano Manara bersagliere.
Foto 3: lapide a ricordo di Giuseppe Bianchi.
Foto 4: il maggiore Pagliari.