1  2  3  4  5  6  
L'esodo dei milanesi al ritorno degli austriaci: l'altra faccia, quella italiana, della marcia di Radetzky

Il 3 agosto l’esercito di Carlo Alberto si attesta a levante di Milano, per l’ultimo scontro. La mattina del 4 Radetzky lancia l’attacco. Si combatte per tutta la giornata, con estremo accanimento da ambo le parti, arrivando fino ai bastioni. Soltanto alle nove di sera gli austriaci riescono a sfondare le ultime linee di resistenza sarde. Radetzky minaccia, come il 18 marzo, di bombardare la città. Carlo Alberto, riparato in Palazzo Greppi con i suoi generali, decide allora la capitolazione. In città scoppiano dei tumulti e la vita stessa del Re è minacciata. Poco dopo le dieci di sera, da Porta Romana escono, diretti a San Donato, dove c’è il quartiere generale di Radetzky, il generale Lazzari, Aiutante di Campo del Re, e il generale Rossi. Alle sei di mattina del 5 agosto la missione è di ritorno dal Re. Radetzky ha concordato la tregua. Alle otto circa le truppe piemontesi consegnano Porta Romana a quelle austriache. Radetzky vuole rientrare in Milano dalla stessa porta da cui è uscito nella notte tra il 22 e il 23 marzo. In mattinata inizia l’evacuazione di Milano da parte dell’esercito piemontese. Gli austriaci entrano in città all’alba del giorno successivo. Dice Monti che “uno spettacolo strano ed imprevisto si presentava il 6 agosto agli Austriaci che in serrati battaglioni e al suono del solenne inno di Haydn, calcavano le vie tortuose e in gran parte strette di Milano. La città era semideserta. Qualcuno ha calcolato intorno a 100 mila il numero dei profughi, senza però dire su quali basi sia stato fatto questo calcolo. Forse non si sbaglia dicendo che almeno 75 mila persone, sulle 137.580 che componevano la popolazione di Milano-città, più che fuggite, si siano affrettatamente allontanate dalla città nel pomeriggio del 5 e nella notte sul giorno 6, e quindi a stillicidio fino a tutto il giorno 9, ingombrando con le vetture, coi carri, con i carretti carichi di masserizie, di vecchi, di donne e di bambini, gli stradali che andavano verso i laghi, verso la Svizzera o verso la Francia e il Piemonte”. Il brano è tratto dal libro di Antonio Monti L’Esodo in massa dei Milanesi nel 1848 e una stolta leggenda, Modena, Società Tipografica Modenese, 1953. Il dato di 137.580 abitanti esclude, forse, dei quartieri esterni. E’ Giovanni Cadolini, nei suoi Ricordi, che stima in circa centomila i profughi da Milano. E’ probabilmente un numero eccessivo. Dei 70-80.000 profughi effettivi, che sono comunque moltissimi, solo una parte rientrerà a Milano. E’ una dimostrazione silenziosa, ma ma molto dura, in risposta alla rioccupazione della città. Come fa giustamente notare Monti in quest’opera, la maggior parte degli studiosi sembra ignorare l’imponenza del fenomeno, nonostante la sua estrema gravità e la sua rilevanza storica. E’ un fenomeno che porta un numero elevatissimo di milanesi e di lombardi oltre Ticino ed anche, in misura molto minore, in Svizzera e nel resto d’Europa. Il 9 agosto è stipulato l’armistizio Salasco, in quanto è il Capo di Stato Maggiore piemontese a sottoscriverlo. L’armistizio obbliga l’esercito sardo a ripassare il Ticino e fissa come linea di demarcazione tra i due eserciti avversari quella del precedente confine. Peschiera, difesa dal generale Federici, si arrende l’11 agosto. La “stolta leggenda” a cui si riferisce il titolo del libro di Monti è quella secondo la quale “quando gli Austriaci ritornarono padroni di Milano il 6 agosto 1848, furono accolti da numeroso popolo plaudente che, circondando il vecchio maresciallo Radetzky a cavallo, gridava: Non siamo stati noi, sono stati i signori. Esattamente, in dialetto milanese, la frase suona: Semm minga staa nun, hin staa i sciuri”.

Foto 1: il Dazio di Porta Orientale a Milano, prima dell'entrata in città delle truppe austriache, con case incendiate sullo sfondo, 5 agosto 1848, Milano, Civica Raccolta delle Stampe.
Foto 2: l'esodo in massa dei milanesi dalla loro città, il 5 e il 6 agosto 1848, Genova, Museo del Risorgimento. 
Foto 3: l'ingresso degli austriaci in Milano da Porta Romana, il 6 agosto 1848, da "L'Illustration" del 1848, Torino, Biblioteca Civica.
Foto 4: Paolo Bassi (1798-1855), Podestà di Milano nell'agosto del 1848, che dovette presentare a Radetzky vittorioso le simboliche chiavi della città conquistata. 
Foto 5: il Generale Carlo Canera di Salasco, Capo di Stato Maggiore di Carlo Alberto.
Foto 6: avviso a stampa con il testo dell'Armistizio Salasco, stipulato il 9 agosto, Milano, Museo del Risorgimento. 


[Torna indietro]

1  2  3  4  5  6  
Milano torna austriaca

Il 6 agosto 1848 le truppe austriache rientrarono in Milano. Fu il Podestà Paolo Bassi, succeduto il 3 agosto ad Agostino Sopransi, a consegnare a Radetzky le chiavi della città. Lo stesso 6 agosto il feldmaresciallo assunse “fino ad ulteriore disposizione il governo militare e civile delle provincie di Lombardia”; contemporaneamente dichiarò la città di Milano in stato d’assedio e promulgò la legge stataria, che contemplava la pena di morte anche per infrazioni relativamente lievi. Governatore militare della città di Millano fu nominato il Tenente Maresciallo principe Felix von Schwarzenberg, sostituito il 1° settembre 1848 dal Tenente Maresciallo conte Franz von Wimpffen. Lo stato d’assedio e l’immediata concentrazione di tutti i poteri nelle mani dei militari – lo stesso Radetzky prese inizialmente la sua residenza nel Palazzo Reale – mostrarono alla città quale fossero i reali intendimenti degli austriaci: lo Schwarzenberg dichiarò immediatamente sciolta la Guardia Nazionale (l’ordine pubblico sarebbe stato garantito dalle truppe di guarnigione), vietò gli attruppamenti per le strade e ordinò di astenersi nei luoghi pubblici da discorsi contrari all’ordine pubblico. Naturalmente lo stato d’assedio non consentiva in alcuna misura la libertà di stampa ed anzi si equipararono gli scrittori e i tipografi “di scritti tendenti a commozioni politiche” ai perturbatori della quiete pubblica. Infine si intimò ai cittadini di consegnare le armi da fuoco, da taglio e le munizioni di guerra sotto pena di essere trattati a norma della legge marziale. Nei mesi successivi alla riconquista della città, furono inevitabilmente arrestati e fucilati numerosi cittadini. Numerosi altri, comprese alcune donne, furono sottoposti alla cerimonia della “pubblica bastonatura”. Contemporaneamente Radetzky prese una serie di provvedimenti demagogici in materia fiscale tendenti a far pagare alle classi abbienti, considerate le vere responsabili della ribellione, le spese di guerra. Furono emanate particolari esenzioni del bollo; provvisoriamente sospesa la “controlleria” doganale sulle merci di cotone greggio o manufatto puro o misto; dichiarata la “desistenza d’ufficio da ogni procedura penale per contravvenzioni finanziarie pendenti”; ordinato di soprassedere “all’esazione delle restanze dei crediti per tasse arretrate dipendenti da tasse giudiziarie e multe civili ed anche da tasse criminali fondate nel regolamento austriaco 18 giugno 1818”; abolita la tassa personale e ridotto il prezzo del sale; soppresso provvisoriamente il dazio sulla farina e su altri beni di prima necessità. Inoltre furono occupate, saccheggiate e trasformate in alloggi militari le “case dei signori” (primi furono i palazzi Borromeo, Casati, Greppi e Litta). Tuttavia subito dopo, mel giro di poche settimane, proprio per far fronte alle spese militari, furono notevolmente aumentate le tasse ordinarie e furono creati nuovi gravami: tra questi una sovraimposta comunale da pagarsi in due rate (19 agosto e 20 settembre); un prestito forzoso “da levarsi sulle famiglie, persone anche morali e ditte mercantili, agiate e facoltose dimoranti o stabilite in Milano" (31 agosto e 10 settembre); una sovraimposta straordinaria sull’estimo; un prestito forzato sul commercio della città. Infine, l’11 novembre Radetzky annunciò una requisizione straordinaria di guerra di venti milioni a carico di coloro che avevano capeggiato l’insurrezione del marzo o avevano avuto cariche nel Governo Provvisorio (tra questi anche Alessandro Manzoni).

Foto 1: il Feldmaresciallo Radetzky, sbalzo e cesello di Kranck, 1848, Vicenza, Museo del Risorgimento, Raccolta Fantoni.
Foto 2: il principe Felix von Schwarzenberg.
Foto 3: avviso del 7 agosto 1848, con cui il principe Felix von Schwarzenberg, nominato Governatore Militare della città di Milano, comunica le prime misure dopo la rioccupazione austriaca, tra cui lo scioglimento della Guardia Nazionale, Milano, Museo del Risorgimento.
Foto 4: altro avviso del 7 agosto 1848 del principe Felix von Schwarzenberg, recante l'obbligo della consegna di tutte le armi e le munizioni, pena l'assoggettamento alla legge marziale, Milano, Museo del Risorgimento.
Foto 5: il conte Franz von Wimpffen, Vicenza, Museo del Risorgimento, Raccolta Fantoni.
Foto 6: il conte Franz von Wimpffen, Milano, Collezione Giuseppe Camesasca. 


[Torna indietro]


1  2  3  
Una marcia in discussione
Le discussioni sull'esecuzione o meno della Radetzky Marsch non sono nuove in Italia. Anche di recente se ne sono avuti esempi.
Al di là delle polemiche storico-musicali, ricordiamoci che, non per merito di Strauss ma di Roth, questa marcia indica anche un capolavoro composto nel 1932, quando ormai l'Austria di Radetzky non c'era più da tempo: un libro scritto da qualcuno per cui rievocare quell'Austria aveva un senso.

Documenti 1, 2 e 3: articoli di stampa in cui si discute della marcia.

[Torna indietro]