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L'Archivio Enrico Martini

Si tratta di un fondo archivistico acquisito dalle Civiche Raccolte Storiche del Comune di Milano e situato presso la Biblioteca del Museo del Risorgimento, a Palazzo Moriggia, in via Borgonuovo 23. Risulta ordinato in cinque fascicoli o “Plichi”, collocati in tre raccoglitori rigidi o “Cartelle”. Questa sistemazione risale probabilmente agli anni trenta, quando il prof. Antonio Monti era Direttore del Museo. La consultazione è libera ma è preferibile prenotarne la visione con un paio di giorni di anticipo, attraverso il personale preposto. Non è ammessa la riproduzione dei documenti attraverso fotocopiatura o scanning. Ne è invece consentita la riproduzione con mezzi fotografici non invasivi. Non è agevole tracciare la storia di questa documentazione nei venticinque anni che vanno dal 1869, anno della scomparsa di Enrico Martini, sino al 1894, quando la sorella, Emilia Martini Taverna, conferisce con donazione alla struttura museale quasi tutta la documentazione politica lasciata dal fratello. La decisione di offrire tale documentazione è condivisa dalla figlia di Enrico Martini, Virginia Martini Sanseverino. E’ dunque merito della scelta della sorella e della condivisione di tale scelta da parte della figlia di Enrico Martini se oggi è possibile agli studiosi accedere a questi documenti, di sicura rilevanza storica. Il materiale risulta sommariamente inventariato e ciò rende la sua consultazione non difficile ma un poco laboriosa. Vi sono lettere, relazioni, attestati e documenti che riguardano l’attività politica di Enrico Martini, come i suoi incarichi per il Governo Provvisorio del 1848 e la sua missione a Gaeta del 1849. Il carteggio personale, che supera le 120 lettere, si estende per tutto il ventennio che va dal 1848 sino alla sua morte. Esiste un documento dattiloscritto su quattro pagine che fornisce un’idea generale della ripartizione della documentazione tra i vari fascicoli e raccoglitori. Un altro documento su foglio di protocollo, con scrittura non recente solo sulla prima facciata, riporta invece un elenco stilato in forma diversa, per ragioni che potrebbero avere attinenza con una possibile esposizione di parte dei documenti e di altri oggetti appartenuti ad Enrico Martini. L’impressione generale è che in pochissimi abbiano consultato questo fondo. Di certo lo hanno fatto la dott.ssa Milvia Fodri nel 1963, la dott.ssa Pierangela Bonomi nel 1971 e il dott. Pietro Martini nel 2001 e nel 2010. In tutti questi casi, il risultato delle ricerche d’archivio, attuate sulle fonti documentali dirette, ha portato a risultati d’indagine differenti, su alcuni elementi biografici non secondari, rispetto a determinate opere a stampa che, su quegli elementi, avevano diffuso versioni ingiustamente pregiudizievoli della figura di Enrico Martini.

 

Foto 1 e 2: Emilia Martini Taverna in due opere di Eugenio Giuseppe Conti.

Documento 1: il dattiloscritto citato nel testo.

Documento 2: la prima facciata del foglio di protocollo citato nel testo.


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Le "Memorie" di Enrico Martini

La vicenda delle “Memorie” di Enrico Martini è indicativa di quanto la storia del nostro Risorgimento, in particolare delle Cinque Giornate di Milano e della prima guerra di indipendenza, sia molto controversa e diventi spesso causa di accesi confronti tra gli studiosi di questa materia. E’ anche una vicenda indicativa di come in certi casi l’analisi attenta delle fonti d’archivio porti a conclusioni diverse rispetto a quelle generalmente accreditate. Mentre a Crema la damnatio memoriae di Enrico Martini ha un’origine politica molto precisa nelle contese elettorali locali dei primi anni sessanta dell’ottocento, a Milano ha invece un’origine composita, riassumibile in tre elementi principali: la frequentazione, da parte di Enrico Martini, del salotto internazionale di Giulia Samojloff, invece che del salotto meneghino di Clara Maffei; la sua presa di posizione filopiemontese, storicamente risolutiva ai fini della fusione tra il Regno di Sardegna e il Governo Provvisorio Centrale di Lombardia, rispetto ai tiepidi esponenti del moderatismo ambrosiano, che a tratti parvero subire più che condurre gli eventi del quarantotto milanese; il suo contrasto con i repubblicani milanesi, Carlo Cattaneo in testa, dichiarati perdenti dalla storia reale ma oggi populisticamente considerati come i migliori interpreti del patriottismo risorgimentale, in un improbabile tentativo di saldatura storica dei messianici afflati mazziniani e delle utopie professorali cattaneane con le istanze di una politica culturale repubblicana ansiosa di trovare ancoraggi e legittimazioni demagogicamente rassicuranti. Tutti e tre questi elementi identificano Enrico Martini come un patriota che si trovò nel posto giusto, al momento giusto, a fare le cose giuste. Ma lo destinano anche ad essere il facile bersaglio, a distanza di tempo, di tutti coloro che non seppero in quelle circostanze affermarsi contro di lui, rispettivamente, con le loro pose culturali di provincia, con il loro campanilismo di ceto e di casta, con le inconcludenti piazzate punite dai risultati del plebiscito di fusione. Basta e avanza per fare di Enrico Martini uno dei patrioti meno ricordati dall’establishment ambrosiano del tempo e più ignorati da coloro che a Milano republicaneggiarono sino a quando non trovarono più conveniente sabaudeggiare. Da qui la necessità di contrastare, all’inizio del novecento, il contenuto delle “Memorie” lasciate da Enrico Martini e donate dalla sorella Emilia al Museo del Risorgimento di Milano, attraverso l’opera del colonnello Carlo Pagani. La Società Nazionale ha ricostruito la vicenda di queste “Memorie” e ha inteso fornire in questo modo un contributo alla ricerca storica sull’argomento.

Foto 1: immagine di Emilia Martini (1819-1899) pochi anni prima della sua scomparsa.

Documento 1: il contributo della Società Nazionale sulle “Memorie” di Enrico Martini.


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Enrico Martini e Maria Salasco

In occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia, un rinato interesse per la nostra storia risorgimentale ha favorito l’approfondimento di molti personaggi di quel periodo, tra i quali Enrico Martini. Era quindi prevedibile che si tornasse a parlare della sua seconda moglie, la figlia del generale Carlo Canera di Salasco, Capo di Stato Maggiore del Re Carlo Alberto durante la campagna di guerra del 1848, firmatario del noto armistizio dopo l’esito sfortunato di quelle operazioni militari. Il personaggio di Maria Salasco ha suscitato, nel corso delle celebrazioni per il 150° anniversario, un notevole interesse. Dopo un lungo periodo in cui aveva rischiato l'oblio più completo, oggi si sta verificando verso di lei una riscoperta che coinvolge contesti culturali aperti anche al grande pubblico. Un secolo e mezzo fa non fu facile, per la famiglia Martini, limitare la risonanza negativa dell’annullamento del matrimonio tra Enrico Martini e la sua seconda moglie, come non fu facile evitare che ciò producesse effetti pregiudizievoli nei decenni successivi. Si riuscì nello scopo grazie all’opera attenta di parenti e amici di Enrico Martini, soprattutto della sorella Emilia, che dopo la scomparsa del fratello fece sì che il ricordo di quel fatto increscioso divenisse sempre più vago e sbiadito. Nel ventesimo secolo solo in pochi si sono interessati a Maria Salasco, il più delle volte limitandosi a uno sguardo superficiale. Ora però, dopo che alcuni libri, articoli di stampa e siti web hanno iniziato a parlare di lei, non ci si può più esimere dal raccontare la storia del matrimonio tra Enrico Martini e Maria Salasco. La Società Nazionale ha ricostruito la vicenda di questo matrimonio e ha inteso fornire in questo modo un contributo alla ricerca storica sull’argomento.

 

Foto 1: immagine di Maria Salasco al tempo della spedizione dei Mille, con la divisa delle Guardie Garibaldine.

Documento 1: il contributo della Società Nazionale sul matrimonio tra Enrico Martini e Maria Salasco.


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