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18 giugno 2011
Maria Salasco: patriota e ribelle

E’ un articolo coraggioso questo di Vittorio Dornetti. Ci vuole infatti coraggio per parlare di una figura come quella di Maria Salasco, che resta ancor oggi in gran parte indecifrabile. Scarse le informazioni biografiche, poco attendibili le indicazioni dei contemporanei, incerte le ricostruzioni della sua vita tentate dagli autori più recenti. La sua esistenza appare come una serie di enigmi, più che di fatti accertati. Anche per questo Maria continua ad affascinare, inducendo persino i ricercatori più rigorosi ad azzardare ipotesi non verificabili e interpretazioni non dimostrabili. Gli elementi attendibili che conosciamo su di lei sono molto frammentari. Sappiamo che è figlia di Carlo Canera di Salasco, che durante la giovinezza passa lunghi periodi al Torrione di Pinerolo, che dal gennaio 1851 al dicembre 1853 è sposata con Enrico Martini, che dopo l’annullamento del matrimonio incontra nel 1854 a Londra Giuseppe Garibaldi, con cui intrattiene una relazione piuttosto discontinua negli anni che seguono. Sappiamo che scrive opere in italiano e in francese, che partecipa alla spedizione dei Mille e forse ad altre iniziative militari con Garibaldi, che successivamente ritorna a Londra e vi risiede a lungo, che infine viene ospitata in una casa di cura a Mendrisio a causa di sopravvenuti squilibri mentali e che muore ultraottantenne alla vigilia della prima guerra mondiale. Poche delle cose ulteriori che si raccontano sulla figlia del generale Salasco hanno qualche fondamento storico e parecchie invece appartengono al campo della fantasia letteraria. E’ su questo crinale incerto, tra verità e leggenda, che Vittorio Dornetti, con penna più da avvincente narratore che da pignolo esegeta, ci presenta la vita avventurosa di Maria. L’articolo di Vittorio Dornetti arriva in un momento in cui l’interesse per lei è facilitato dalle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia, che hanno sancito come sua principale biografa la scrittrice Rosellina Piano, senza però dimenticare altri autori come Bruna Bertolo. E’ presto per dire quanto le ricerche avviate da questa “scuola piemontese” ci consentiranno di scoprire su un personaggio sinora così inafferrabile. Le premesse lasciano ben sperare. Anche per quanto riguarda Maria, Vittorio Dornetti coglie con prontezza quei segnali di interesse storiografico che si stanno manifestando a livello nazionale ed offre, in anteprima locale sul Nuovo Torrazzo, prospettive d’indagine molto avanzate e spunti di riflessione di prim’ordine. Dopo aver condito in tutte le salse Cristina Belgiojoso, incensato a dismisura Clara Maffei, celebrato oltremodo Virginia Oldoini, eroine risorgimentali del narghilè, del ventaglio e della mutanda, oggi si inizia a scrivere qualcosa anche su Maria Salasco, che almeno sapeva usare la sciabola e la carabina meglio di tanti uomini. Speriamo che, all’ombra del campanile locale, la povera Maria non diventi, dopo questo equilibrato e rispettoso approfondimento di Vittorio Dornetti, un altro personaggio da osservare dal buco della serratura e da ridurre in briciole storiche su qualche brogliaccio pieno di strizzatine d’occhio e toccatine di gomito.

Su Maria Salasco si veda anche, in questa stessa Sezione Notizie del sito, la parte Incontro al Torrione di Pinerolo, del 19 giugno 2011.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 18 giugno 2011. 

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11 giugno 2011
Sorelle d'Italia

Le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia hanno riproposto alla nostra attenzione il tema del contributo dato dalle donne alla formazione del nuovo Stato italiano. L'idea di un Risorgimento inteso come processo storico sorretto dalla generale volontà popolare facilita questa visione di una diffusa partecipazione dell’elemento femminile alla realizzazione delle istituzioni nazionali. Più l’afflato patriottico è ritenuto collettivo, più è credibile che le donne abbiano potuto condividerlo. Innanzitutto l’esigenza, tutta contemporanea, di una presentazione politicamente corretta di quelle vicende induce a valorizzare l'apporto femminile. Inoltre la diffusa enfatizzazione delle valenze repubblicane, mazziniane unitarie o cattaneane federaliste, e la conseguente sottovalutazione dell’azione politica, militare e diplomatica della dirigenza liberale monarchica piemontese facilitano la rappresentazione di un processo risorgimentale non gestito da una ristretta oligarchia aristocratica, molto tradizionalista e molto maschile, e consentono di raffigurare tale processo come condiviso da ampi strati della popolazione, aperto alle istanze democratiche e quindi riconducibile a narrazioni in cui l’elemento femminile possa aver avuto un qualche spazio e un qualche ruolo. Vittorio Dornetti ci offre in questo articolo spunti interessanti riguardo al ruolo delle “sorelle d’Italia” attive nel Risorgimento. Anche in questo approfondimento dimostra di essere uno storico preparato, attento alle relazioni tra la storia nazionale e la storia locale. Appartenendo al novero degli studiosi che hanno del processo risorgimentale una visione basata sull’impulso ideale, sulla partecipazione popolare, sul volontarismo giovanile e sul coinvolgimento femminile, non gli è difficile offrire un altro pezzo di bravura in linea con tali premesse, partendo da Anita Garibaldi e Rosalie Montmasson, passando attraverso le figurazioni emblematiche delle sbandieratrici di Stragliati e della cucitrice di Borrani, per arrivare alla poetessa Giannina Milli di Teramo e alla poetessa Alessandrina Rosaglio di Crema. Si tratta di un mondo femminile che esprime, nelle sue rappresentanti di maggior rilievo, comportamenti che potrebbero aver avuto un certo impatto sugli sviluppi risorgimentali, anche se di difficile valutazione. Vttorio Dornetti tratta l’argomento con prudente equilibrio di giudizio, non facendosi prendere la mano da facili tentazioni femministiche. Questo scritto non si aggiunge dunque all’affollato panorama di pubblicazioni e articoli di stampa tesi a celebrare questa o quella figura di donna patriota, anticonvenzionale e femminista ante litteram, puntualmente munita di caratteristiche tali da favorire una certa identificazione di quei suoi comportamenti, veri o presunti, con taluni ancoraggi valoriali (e massmediatici) della nostra società attuale. Simili rappresentazioni, giornalisticamente accattivanti ma storicamente discutibili, si svolgono su altri giornali, anche a tiratura nazionale, e con altri autori. Naturalmente, in occasione del 150° anniversario dell’unità d’Italia sono usciti anche libri e articoli sulle patriote italiane basati sulle ricerche d’archivio e non sulle pulsioni della letteratura rosa. Ad esempio, i libri Donne del Risorgimento, di Bruna Bertolo, e Sorelle d’Italia, di Marina Cepeda Fuentes. Sempre con il titolo Donne del Risorgimento, va anche ricordato il libro di autrici varie (una dozzina) che riporta in copertina proprio il dipinto di Stragliati menzionato da Vittorio Dornetti. Si segnala anche l'opera di valorizzazione svolta in tal senso da Rosellina Piano, che sta presentando quest'anno profili biografici femminili molto interessanti.
 

Foto 1: copertina del libro Donne del Risorgimento, di Bruna Bertolo.

Foto 2: copertina del libro Sorelle d’Italia, di Marina Cepeda Fuentes.
Foto 3: copertina 
del libro Donne del Risorgimento, di autrici varie (Elena Doni, Claudia Galimberti, Maria Grosso, Lia Levi, Dacia Maraini, Maria Serena Palieri, Loredana Rotondo, Francesca Sancin, Mirella Serri, Federica Tagliaventi, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini).

Documento 1: l’articolo pubblicato l’11 giugno 2011.


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04 giugno 2011
Il difficile equilibrio tra Stato e Chiesa

E’ molto competente l’approfondimento che Vittorio Dornetti dedica ai rapporti tra Stato e Chiesa nel Risorgimento, con uno sguardo alla situazione di Crema, in quei momenti del 1848 in cui a molti italiani parve possibile essere, al tempo stesso, patrioti e credenti. Eppure, un secolo fa la partecipazione del clero alle celebrazioni dell’unità d’Italia non sarebbe stata neppure ipotizzabile. “Il sacerdote che, accanto alle autorità politiche, accetta di celebrare una messa che ricordi e benedica il processo unitario dimostra che molto è cambiato dalla metà dell’ottocento, anche se permane l’impressione che siamo davanti a una pace armata, durante la quale i contendenti si osservano con sospetto, molto attenti a difendere le rispettive prerogative”. Si tratta quindi di un armistizio, il cui esempio più significativo è quello del cardinale Tarcisio Bertone che l’anno scorso, nel centoquarantesimo anniversario di Porta Pia, ha partecipato alle celebrazioni del XX Settembre insieme alle autorità dello Stato italiano. Determinante appare, in questo articolo di Vittorio Dornetti, la figura di Pio IX, al quale nel 1849 spetta il compito di decidere la posizione che la Chiesa cattolica deve assumere nei confronti del nuovo Stato che sta per formarsi in Italia. Il suo lungo pontificato si snoda denso di avvenimenti storicamente rilevanti ma è nel 1849 che Giovanni Maria Mastai Ferretti opera la sua scelta. Ci sono momenti (e le fonti d’archivio forniscono in proposito elementi molto precisi) nei quali il Papa vive a Gaeta un’alternativa drammatica. Da un lato ci sono le missioni diplomatiche piemontesi (cinque in pochi mesi: Rosmini, Ricciardi, De Ferrari, Della Minerva, Martini), inviate dal primo ministro Gioberti, autore del Primato e principale ispiratore delle tesi neoguelfe. Dall’altro ci sono le pressioni della diplomazia austriaca e di Ferdinando II. Da un lato c’è l’opera di Rosmini, con tutto ciò che di innovativo essa avrebbe potuto dare alla Chiesa e all’Italia. Dall’altro c’è l’influenza delle “nere sottane loyolesche”, come sono definite a Palazzo Carignano, che si stanno preparando a fondare nella Napoli borbonica la Civiltà Cattolica. Si può discutere sul fatto che la scelta di Giovanni Maria Mastai Ferretti sia stata giusta o sbagliata. Ma non c’è alcun dubbio sulla sua piena responsabilità riguardo a tale scelta. E’ in quel momento, a Gaeta, che la Chiesa cattolica e l’Italia prendono strade diverse. E che di conseguenza si afferma uno dei migliori statisti europei del XIX secolo, che saprà dare, nei decenni successivi, piena realizzazione ai concetti contenuti nella “Allocuzione del 29 aprile” di Pio IX. Il suo nome è Giacomo Antonelli. Nominato cardinale nel 1847 a quarantuno anni, Antonelli sarà dal 1849 in avanti, per più di un quarto di secolo, il Segretario di Stato e il vero reggitore del potere temporale pontificio. Questo eccellente uomo politico, nato a Sonnino, presso Terracina, non sarà mai ordinato sacerdote. E’ un uomo intelligente, atletico e affascinante (gli si attribuisce anche la paternità di “Nicchia”, Virginia Oldoini). Farà di tutto per ritardare la fine del domino temporale della Chiesa, combattendo la sua battaglia per decenni, con dedizione e fedeltà a quello che considera il suo Re, che è anche il Papa dei cattolici. Bene fa Vittorio Dornetti, quindi, a sottolineare come “il ripensamento e il netto rovesciamento di posizione di Pio IX provocarono una frattura insanabile e costrinsero molti fedeli alla ribellione e al silenzio”. Passando poi a illustrare la situazione locale esistente a Crema in quel periodo, Vittorio Dornetti riprende il Diario di Ferdinando Meneghezzi per descrivere i comportamenti del clero cremasco, alquanto eterogenei in quei momenti di temporanea liberazione dagli austriaci. Non manca la citazione su Carlo Giuseppe Sanguettola, allora vescovo di Crema, opportunamente ricordato da Giovanni Solera più per le sue doti di pastore di anime che per il comportamento tenuto in quei frangenti. Ci si permette qui di ricordare, in aggiunta a quanto riferisce Vittorio Dornetti, anche Pietro Maria Ferrè (1815-1886), successore di Sanguettola nella diocesi di Crema, un uomo che visse direttamente i contrasti tra i difensori di Rosmini ed i suoi accusatori, i quali dalla Civiltà Cattolica, oltre ad attaccare il filosofo roveretano, affermavano: “da quando San Tommaso è apparso al mondo, non ha sofferto uno strazio simile a quello che gli è fatto patire da Monsignor Ferrè”. Molto interessante è stata in proposito la lezione tenuta da don Giuseppe Degli Agosti su Pietro Maria Ferrè presso il Centro Culturale Sant’Agostino di Crema proprio nello stesso giorno, il 4 giugno, della pubblicazione di questo articolo di Vittorio Dornetti sull’apprezzato settimanale diocesano: sono due eventi che danno entrambi conto della rilevanza, ancor oggi, di queste tematiche per la Chiesa cattolica, tematiche allora non solo dottrinarie ma potenzialmente foriere, in quel contesto, di diversi possibili atteggiamenti nei confronti degli italiani e della loro nuova nazione. Prima a Crema, infatti, e poi a Casale Monferrato, Ferrè si trovò coinvolto, ed a tratti quasi travolto, almeno secondo don Carlo Polonini, in quella accesa disputa rosminiano-gesuitica così indicativa delle tensioni esistenti nella cultura cattolica del tempo, una disputa che dovrà attendere Gioacchino Pecci (1810-1903) e la sua Aeterni Patris (1879) per essere definita a favore dei tomisti e della scolastica, divenuta poi neoscolastica per quanti frequenteranno nel secolo successivo l’ateneo di padre Agostino Gemelli. E sarà lo stesso Leone XIII a ribadire la condanna delle gerarchie ecclesiastiche nei confronti degli antagonisti laici ormai stabilmente al governo del nuovo Stato italiano. Il Papa della conclamata Rerum Novarum (1891) è lo stesso che, senza troppo clamore, negli anni precedenti aveva già compensato quanti avevano militato nella Chiesa del Sillabo, confermando gli accresciuti poteri dei gesuiti e dando risposta positiva alle richieste di una nuova sede, di nuove attribuzioni e di nuovi statuti avanzate dai giovanniti. Non a caso Gioacchino Pecci è ancor oggi, insieme a Giovanni Maria Mastai Ferretti, richiamato così spesso da autori come Angela Pellicciari. Si raggiunge in tal modo il punto di maggior conflitto tra liberali e cattolici. Sarà da questa frattura che inizierà il lungo percorso inteso a favorire una ripresa dei rapporti nel corso del novecento, così da giungere oggi a momenti di incontro e di dialogo impensabili ai tempi del Non expedit. Infine, a riprova dell’importanza di un equilibrio, per quanto difficile, tra Stato e Chiesa, Vittorio Dornetti ci ricorda l’esempio di quanti seppero credere nella possibilità di conciliare l’amor di patria con la fede religiosa: tra gli altri, Antonio Novasconi, vescovo di Cremona, e due barnabiti di Bologna, Alessandro Gavazzi, costretto all’esilio, e Ugo Bassi, fucilato dagli austriaci.

 

Foto 1: Cesare Masini (1810-1891), Ritratto di Giovanni Maria Mastai Ferretti (1792-1878) poco dopo la sua elezione nel 1846 con il nome di Pio IX, Bologna, Palazzo Municipale.

Foto 2: Antonio Puccinelli (1822-1897), Ritratto di Vincenzo Gioberti (1801-1852), Firenze, Galleria degli Uffizi.

Foto 3: Ritratto di don Antonio Rosmini-Sterbati (1797-1855), Roma, Museo del Risorgimento.

Foto 4: il cardinale Giacomo Antonelli (1806-1876), Milano, Civica Raccolta delle Stampe.

Foto 5: la copertina del libro di Angela Pellicciari Leone XIII in pillole, Edizioni Fede & Cultura, Verona, prima edizione novembre 2010.

Foto 6: Alessandro Lanfredini, La fucilazione di Ugo Bassi, 1860 circa, Firenze, Biblioteca della Società Toscana di Storia del Risorgimento. 
Documento 1: l’articolo pubblicato il 4 giugno 2011.


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28 maggio 2011
I volontari

E’ ammirevole l’abilità con cui Vittorio Dornetti affronta, in questo articolo, un tema spinosissimo come quello del contributo dato dai vari corpi volontari al processo di unificazione nazionale, riuscendo ad uscirne in modo indolore. La storiografia sul punto è sterminata e aspramente divisa. Vitttorio Dornetti è il primo ad ammettere che sta mettendo il piede su un campo minato: “Durissimo è stato, e lo è ancora, lo scontro sul ruolo dei volontari nelle guerre che hanno fatto l’Italia; durissimo e ineludibile, dal momento che passa da questo nodo la discussione sul significato che si vuole dare all’unità italiana e sui mezzi impiegati per realizzarla”. E’ vero: la maggiore o minore enfatizzazione del ruolo dei volontari non è irrilevante ai fini del giudizio da dare su chi ha fatto l’Italia per davvero rispetto a chi, nel migliore dei casi, ci ha provato senza riuscirci oppure, nel peggiore, ha solo fatto finta di provarci. Ed ecco che subito il vespaio è sollevato. Ad esempio, se i meriti della prima guerra d’indipendenza vanno soprattutto alle cariche di cavalleria “all’ultima lancia” del Nizza o del Savoia (o del Piemonte Reale, del Genova, del Novara, dell’Aosta), agli attacchi fulminei dei bersaglieri, alle baionette dei fanti che muoiono gridando il nome di Carlo Alberto, alla migliore artiglieria a cavallo d’Europa, ai generali che cadono colpiti mentre, sciabola in avanti, guidano in battaglia i loro ufficiali e soldati, come Perrone e Passalacqua, allora è una cosa. Se invece si pensa che i meriti vadano soprattutto alla Legione Griffini (ci si informi) od alle Colonne volontarie del Chiese e della Valcamonica (ci si informi), allora è un’altra cosa. Se l’Italia l’hanno fatta soprattutto Cavour e Vittorio Emanuele, per quanto tra loro raramente d’accordo, con il loro esercito, la loro diplomazia e le ingenti risorse economiche prestate dai banchieri europei, allora è una cosa. Se invece l’hanno fatta soprattutto le congiure dirette dall’apostolo residente a Londra, con forche e capestri successivi e puntuali, come quando il prode Ramorino invade la Savoia, oppure i volontari della Sesta Giornata che a cose fatte arrivano a Milano con Antonini o con la Belgiojoso muniti di cappelli alla calabrese di gran moda, oppure i fratelli Bandiera con il loro sbarco strategico, oppure Pisacane con il suo altrettanto tale, oppure Cattaneo quando sostiene che le Cinque Giornate sono una “ragazzata” e quando, dopo le Cinque Giornate, afferma che “la guerra è finita, comincia la caccia” agli ultimi austriaci sbandati, allora è un’altra cosa. E così via, dal 1848 al 1870, partendo da Pastrengo, Goito, Santa Lucia, Governolo (ed anche da Custoza, Volta, La Cava, Novara: si muore per l’Italia anche quando si perde), passando per Magenta, Montebello, San Martino, attraverso una spedizione dei Mille da analizzare molto attentamente e non fermandosi all'agiografia di facciata, per arrivare fino a Porta Pia. Non dimenticando che a Curtatone e Montanara c’erano sì gli studenti volontari toscani ma soprattutto le forze armate dell’esercito del Granducato: alcuni battaglioni di fanteria, uno squadrone di cavalleria, due compagnie di granatieri e 9 cannoni. E c’era anche un battaglione napoletano, del 10° reggimento fanteria Abruzzi. I ragazzi toscani e gli altri volontari napoletani furono eroici, ma la storia non può sempre seguire le strumentalizzazioni della propaganda repubblicana, dimenticando i combattenti di leva o regolarmente inquadrati. Per non parlare dell’esercito della Repubblica Romana: è vero che qui il volontarismo espresse probabilmente il meglio di se' ma non dimentichiamo che c'era anche un esercito vero e proprio (che non era ovviamente scappato tutto a Gaeta con Antonelli e Mastai Ferretti) e che, tra le truppe volontarie, le migliori furono probabilmente quelle del Battaglione Bersaglieri Manara, che era per l'appunto quel battaglione regolare dell'esercito piemontese che pochi mesi prima era perfettamente inserito nei ranghi militari carloalbertini e che quando fu passato in rivista dagli esponenti del governo capitolino che urlavano "Viva la Repubblica", rimase in silenzio per un bel po' e poi, in risposta, gridò con Manara, i Dandolo, Morosini e gli altri suoi ufficiali, "Viva l'Italia". Ed infine, quando parliamo di volontari stiamo attenti a non confondere certi esempi di patetico avventurismo mazziniano, immancabilmente celebrati in pubblicazioni e pellicole di facile presa popolare, con i professionisti che vivevano da anni facendo della guerra la propria principale occupazione, a partire proprio da persone come Garibaldi e Bixio. Ciò posto, ad un certo punto di questo articolo Vittorio Dornetti pare tentato dal riproporre un vecchio leit motiv mazziniano e cattaneano caro a Salvemini, Gobetti, Gramsci, Spellanzon e loro epigoni: “l’atteggiamento sprezzante e altezzoso degli ufficiali piemontesi” verso gli eroici volontari. Ma poi, alquanto prudentemente, vira con decisione verso il terreno più solido del Diario di Ferdinando Meneghezzi, puntando sui fatti locali, di cui è storico eccellente, lasciando insomma perdere questo rischioso tormentone storiografico che, da un secolo e mezzo, imperversa in innumerevoli pubblicazioni e dibattiti. Un tormentone spesso dovuto all’intento di trovare gli opportuni ancoraggi storici, sempre improbabili, talvolta risibili, a favore di tutt’altre vicende successive, dal volontarismo littorio nel primo dopoguerra alle brigate partigiane nel secondo, fino all’invenzione di un Risorgimento molto volontaristico e soprattutto molto socialista, possibile solo nella Milano craxiana e pillitteriana degli anni ottanta, causa di un demagogismo non ancora del tutto smaltito, viste talune recenti produzioni cinematografiche. A questo punto del testo, parlando degli avvenimenti accaduti a Crema alla fine di marzo del 1848, il discorso di Vittorio Dornetti si fa, in tema di volontarismo, più sicuro e documentato. A Crema in quei giorni troviamo infatti Torrero e Manara, con i rispettivi comportamenti e con le rispettive milizie. Questa parte del testo è molto interessante. Vittorio Dornetti suggerisce alcuni elementi di riflessione che gli derivano da un lavoro di studio non comune su queste vicende, nelle quali compaiono a Crema personaggi da sempre trascurati da certi storici di campanile, vicende che sono indubbiamente meritevoli di ulteriore approfondimento, come ad esempio l’identificazione dei momenti precisi in cui prima Torrero e poi Manara entrano in Crema con i loro corpi franchi, nonché delle attività realmente svolte a Crema da Bixio. Forse Torrero non è solo quel furfante descritto da Meneghezzi. Probabilmente Manara, coperto di fango e con le mani nere di polvere da sparo, fa fatica a comportarsi da impeccabile gentiluomo come mesi addietro al Cova in Corsia del Giardino a Milano. Eppure la contrapposizione tra i due personaggi, il cattivo e il buono, riesce in pieno e Vittorio Dornetti ci offre un ennesimo saggio della sua capacità narrativa e descrittiva. La morale? Cerchiamo di non generalizzare e distinguiamo le varie situazioni, i diversi personaggi. Nel volontarismo risorgimentale sono coesistiti sia il “modello Torrero” che il “modello Manara”, ammesso che un domani la ricerca storica non riabiliti il povero “Torres” e non aggiunga qualche ombra, più pesante di quelle oggi appena intravedibili, sul magnifico Manara. Tutti d’accordo sulla conclusione: “Per il resto vale il famoso adagio che l’irresponsabilità di pochi (che però deve essere dichiarata e documentata) non può essere posta a carico di tutti”.

 

Documento 1: l’articolo pubblicato il 28 maggio 2011.


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07 maggio 2011
Il professore

Ferdinando Meneghezzi fu un uomo di notevole intelligenza, molto attento alla propria privacy e dotato di un tratto signorile inconfondibile. Seppe affrontare, nei diversi periodi della sua esistenza, esperienze tra loro molto differenti ma tutte vissute con grande capacità e stile impeccabile. E’ un personaggio davvero interessante perché dietro una vita improntata a grande discrezione si intravedono diverse vite condotte con insospettabile vivacità e multiforme attitudine. Abbiamo il Meneghezzi scrittore di valore, molto noto e apprezzato: una vita letteraria che da sola basterebbe a renderlo meritevole di ben maggiori attenzioni rispetto a quelle che oggi gli sono riservate. Abbiamo poi il Meneghezzi insegnante al Ginnasio, in tempi nei quali questo ruolo aveva significati e attribuzioni di ceto, censo e rango imparagonabili a quelli odierni: una vita professionale condotta in ambienti istituzionali e culturali che allora ben pochi a Crema potevano vantare. Ed in effetti stupì numerose persone (ma non stupì chi conosceva la storia locale di quel periodo dell'ottocento e pure certi condizionamenti politico-culturali del secondo dopoguerra) il fatto che il Liceo Classico di Crema venisse intitolato, quasi una cinquantina di anni fa, ad un professore che fu sempre ligio all’Austria, dalla sua cattedra universitaria di Padova, invece che ad un professore come Meneghezzi, che fu per quasi tutta la vita docente a Crema, forse “solo” di Ginnasio ma proprio di "quel" Ginnasio, e che fu un patriota italiano anche nei momenti della maggiore oppressione austriaca. Abbiamo inoltre il Meneghezzi giornalista e polemista di successo, il più colto, il più bravo, il più temuto tra quanti nel triennio 1859-1862 si scontrarono a livello locale per affermare il proprio modello istituzionale e culturale: una vita pubblica caratterizzata dalla redazione di innumerevoli testi e composizioni di ammirevole qualità giornalistica e di forte presa sui lettori, ancor oggi esemplari per la loro capacità di confutare con maestria le argomentazioni avversarie senza mai scadere in indecorosi attacchi personali. Ed abbiamo anche altri Meneghezzi, più di quanti le scarse ricerche d’archivio su di lui abbiano offerto sinora. Tra questi, abbiamo il Meneghezzi cronista del Quarantotto cremasco, quello che Vittorio Dornetti ci propone in questo interessante approfondimento pubblicato sul Nuovo Torrazzo. In un’altra parte di questo sito (Sezione Temi, “Crema ai tempi della prima Italia”), a cui si rinvia per maggiori informazioni, è trattato l’argomento del Diario scritto da Meneghezzi su quegli avvenimenti. Qui Vittorio Dornetti, nel dar conto di quei fatti e della descrizione che l’autore ne fornisce, evidenzia alcuni tratti caratteriali del “professore”, che “non è un cuor di leone e neppure un uomo d’azione”. In effetti Meneghezzi, per la seconda volta vedovo, dice nel Diario di essersi ritirato “prudentemente a casa co’ miei figlioletti” e traspare in tutto il racconto la preoccupazione per i rischi di quella situazione eccezionale. Francamente, da un insegnante quasi cinquantenne di Ginnasio (e sono i cinquant’anni di allora), con gravose responsabilità familiari, non ci si poteva aspettare lo stesso comportamento che a Crema in quei giorni ebbero Manara o Bixio. Meneghezzi, cronista di quel burrascoso andirivieni di austriaci, volontari e piemontesi, appare quindi di una prudenza che rasenta la refrattarietà verso il contesto descritto. Pioveva da giorni e forse Meneghezzi era meteoropatico. Aldilà della battuta, lo scritto esprime in realtà un sottofondo di diffidenza e malcelato pessimismo. Chi fu allora con Carlo Alberto riferisce di un Re non certo malinconico e sgraziato come la propaganda repubblicana si affrettò a propalare subito dopo Custoza. Certo, se si è alti due metri, si è di incarnato chiaro e si è il Re, si fa fatica ad esprimere la rotonda e rubizza giocosità di un Falstaff. Talvolta il sentimento nasce più dall’occhio di chi guarda, meno da chi si vede. E sarebbe sin troppo facile richiamare in proposito certi aspetti caratteriali di Meneghezzi che, in determinati periodi, hanno rischiato di sconfinare nell’ipocondria. Insomma, il Meneghezzi del Diario, come acutamente ci indica Vittorio Dornetti, non è quello delle brillanti rappresentazioni goldoniane di qualche anno prima, né quello più aggressivo e adrenalinico di qualche anno dopo. Per l’appunto, un uomo dalle molte vite. Questa è quella della famiglia e della ricerca di sicurezza, in un momento di cambiamento troppo rivoluzionario per il nostro “professore”.


Documento 1: l'articolo pubblicato il 7 maggio 2011.

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23 aprile 2011
Gli ostaggi

Alberto de Herra ha una missione da compiere. Siamo in uno dei luoghi e dei momenti in cui la storia, sulla sua scacchiera di popoli e paesi, sta concentrando il massimo sforzo, nel punto di massimo impatto: siamo a Milano, poco dopo la metà di marzo del 1848. Alberto de Herra è arrivato seguendo indicazioni precise. Come Anfossi da Nizza, Torelli da Tirano, Manara da Antegnate. Poi la notte della vigilia, con giuramenti sulla lama e assoluzioni in articulo mortis. Alberto vede l’alba del 18 marzo acquattato in attesa del segnale, stretto al suo fucile a canna liscia. Si è procurato una buona scorta delle nuove cartucce. Con queste la dose di polvere è già pronta e così, invece dei suoi quaranta secondi soliti, strappando la carta, pallottola in bocca e subito polvere in fornelletto, poi in canna, bacchetta, palla, carta, bacchetta, riesce a caricare e tirare in trenta secondi. Arriva il momento. Prima l’assalto al palazzo del Governo, poi in copertura a proteggere i nostri in casa Vidiserti, infine il Broletto. E’ qui che occorre dare un segnale a tutti. Il giuramento è di combattere sino all'ultimo uomo. E’ il 21° fanteria Baumgarten del colonnello Döll che li prende a cannonate con un pezzo da dodici. Le esplosioni aprono un varco e alcune compagnie del tenente Fischer riescono a irrompoere nell’edificio. Uno dopo l'altro i milanesi si arrendono: Belgiojoso, Bellati, Bellotti, Greppi, Lechi, Manzoni, Porro, tutti gli altri. Ma ormai le barricate sono in piedi, la popolazione è stata spinta alla rivolta, sulla scacchiera della storia la partita è iniziata. Alberto spara, gli sono addosso in cinque e lui spara ancora. Li porteranno al Castello, dove cominceranno gli orrori. Poi li condurranno via, incatenati, durante la ritirata, in un viaggio di violenze e dolori. Quando decenni dopo Cesare de Herra scopre le carte di suo padre Alberto, non crede ai suoi occhi. Suo padre è stato tra i protagonisti ma ha sempre taciuto. Oggi Vittorio Dornetti, attraverso una rara pubblicazione di Domenico Chiattone del 1906, ci parla di Alberto de Herra, che nelle sue lettere, scritte durante il viaggio che lo porta in prigionia a Kufstein, racconta degli altri ostaggi incontrati durante la ritirata degli austriaci, tra i quali ci sono anche dei cremaschi. Ne aveva parlato Meneghezzi, ricopiato da Benvenuti, ma Vittorio Dornetti guarda alla vicenda di questi ostaggi cremaschi con gli occhi di Alberto de Herra, che ha condiviso con loro i patimenti di quelle settimane. Il che è molto più interessante, visto che Meneghezzi li vide solo partire e che Benvenuti non fece che ritrascrivere quel poco visto da Meneghezzi. E’ questa la differenza tra uno storico come Vittorio Dornetti e gli altri. Una differenza che consiste nel saper legare la storia locale con la storia nazionale, nel saper trovare i collegamenti tra le fonti di campanile e le fonti presenti negli archivi e nelle biblioteche esistenti su tutto il territorio italiano. Scopriamo così che il prigioniero liberato dagli austriaci potrebbe aver avuto un nome diverso da quello indicatoci da Meneghezzi e ripreso da Benvenuti. Che il ruolo svolto in quella circostanza dal “benefattore” Grassi ha avuto un significato molto interessante. Che non fu un caso se i prigionieri poterono contare su un altro personaggio alquanto enigmatico, che li ospitò a Vergonzana. Alberto de Herra, fiero dei suoi trenta secondi per caricare e fare fuoco, e Vittorio Dornetti, che con l’avancarica avrebbe qualche difficoltà, ci dicono entrambi ed insieme, in questo approfondimento del Nuovo Torrazzo, la stessa cosa: che la storia dei cremaschi merita di essere studiata oltre l’ambito protezionistico caro a certi ambienti culturali locali, con indagini e ricerche a tutto campo, indagando le molte fonti in cui è possibile identificare i legami tra i fatti cittadini e lo scenario nazionale. In un contesto ricco di interrelazioni, i testi locali contribuiscono al quadro informativo ma non vincolano ad opzioni contradaiole. La storia dei cremaschi è stata raccontata anche da altri, che possono fornire informazioni fondamentali rispetto a certi condizionamenti autarchici della nostra storiografia.


Documento 1: l'articolo pubblicato il 23 aprile 2011.

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16 aprile 2011
Garibaldi a Crema
Quando nell'aprile 1862 Giuseppe Garibaldi passa da Crema, la situazione italiana è ormai molto diversa da quella della spedizione dei Mille e della conquista del meridione, dei plebisciti per le annessioni dell’Italia centrale e della proclamazione del Regno d’Italia. Nell'arco di soli due anni è scomparso Cavour, si sono archiviate le ultime pretese politiche repubblicane, si sta concludendo la fase più acuta della lotta al brigantaggio, si sta completando il progetto, iniziato una decina di anni prima con le leggi Siccardi, del ridimensionamento delle strutture ecclesiastiche su tutto il territorio nazionale (lo Stato pontificio è ormai ridotto al solo Lazio) e, soprattutto, si stanno ristrutturando tutte le istituzioni politiche e l'intera pubblica amministrazione del nuovo Stato italiano. Restano da liberare Roma e Venezia ma intanto, sul fronte interno, i governi della Destra attuano una storica riorganizzazione di ordinamenti, strutture, procedimenti, con un fortissimo impegno in termini di risorse umane, materiali ed economiche. Un’impresa non inferiore a quella compiuta sui terreni di guerra negli anni precedenti. E’ in questo scenario che la dirigenza liberale nazionale consente, a un Garibaldi ormai superato dagli eventi politici e avulso dal contesto dei poteri costituiti, di intraprendere il proprio viaggio “in cerca di fucili”. L'obiettivo della raccolta di armi sfuma ben presto in una passerella rievocativa delle imprese garibaldine e la visita alle città italiane, più che ad armare il futuro, induce a celebrare il passato. Si ripete spesso "o Roma o morte" ma Aspromonte e Mentana chiariranno che il tempo delle avventure volontaristiche è finito. Tuttavia, il consolidamento di una cultura patriottica e di forte richiamo popolare può giovare parecchio ai governi in carica, che necessitano a tal fine di opportuni mezzi di propaganda. Di questa nuova fede nazionale di massa, che sta sostituendo l'impegno civile alla devozione religiosa, Garibaldi è l’araldo ideale, con il suo messianismo eroico, la sua oratoria dalla presa immediata, la sua capacità di coinvolgimento emotivo delle folle. Ben venga quindi, per la nuova classe politica nazionale, il suo concetto di nazione armata, il suo sollecitare l’esercizio costante delle armi al posto dei breviari, il suo promuovere la creazione di luoghi dedicati al perfezionamento di tale esercizio, soprattutto da parte dei giovani, invitati a "lasciare il turibolo per la carabina". Garibaldi è uno dei principali propugnatori di un modello laico di gioventù che fa subito presa tra le nuove generazioni, un modello attitudinale e comportamentale basato su un nuovo culto, quello della patria guerriera, e su un nuovo credo, quello della virilità armata. Per i ministeri della Destra sono tutti concetti molto funzionali all'esigenza di "fare gli italiani", una volta fatta (o quasi, siamo nel 1862) l'Italia. Da qui l’inaugurazione da parte di Garibaldi, con l'avallo del Ministero degli Interni e quindi con il nulla osta delle varie Prefetture, di innumerevoli circoli per il tiro al bersaglio, di poligoni in cui le armi da fuoco divengono uno dei cardini della nuova religione nazionale. Infatti, la cosa principale che Garibaldi compie a Crema, tra brindisi, discorsi dal balcone e aneddotica varia, è proprio l’inaugurazione del nuovo tiro al bersaglio, uno dei numerosi poligoni inaugurati da Garibaldi in quel viaggio. E’ molto interessante il resoconto che don Giuseppe Degli Agosti fa, in questo articolo, della visita di Garibaldi a Crema. Menziona, naturalmente, il Sindaco Angelo Cabini, il Segretario Giuseppe Zambellini, il Presidente del Tiro a Segno Giovanni Tensini e pure il buon don Mandelli di Vailate ma cita soprattutto il sacerdote Paolo Braguti, Ispettore Scolastico e importante studioso e scrittore cremasco. La damnatio memoriae operata da taluni storici locali intorno a certi esponenti politici di quel tempo ha causato anche una voluta sottovalutazione di coloro che agirono a supporto di quegli esponenti. E' il caso, ad esempio, di Ferdinando Meneghezzi e di Paolo Braguti. E' stato quindi meritevole, da parte di don Giuseppe Degli Agosti, aver rammentato questo sacerdote e uomo di cultura, che seppe prendere una posizione politica coraggiosa e coerente con gli indirizzi della nuova nazione italiana. Di lui restano numerose opere e parecchio materiale archivistico di grande interesse presso la Biblioteca di Crema (si veda il fondo “Miscellanea Braguti”, ma non solo). Ricordare, con Paolo Braguti, il “clero liberale cremasco” che applaudì Garibaldi quando inaugurò il tiro a segno, un gesto dalla carica simbolica allora evidentissima, rispetto al “clero retrivo che difende una temporale signoria", significa rammentare uno dei nodi essenziali delle lotte politiche che a Crema si verificarono nel triennio 1859-1862, lotte nelle quali, a livello locale, non a caso ridondarono certe contrapposizioni nazionali del tempo. Il fatto che, ad accogliere Garibaldi al termine di quel triennio di conflitti non solo elettorali ma anche culturali, ci fosse proprio Paolo Braguti, con un discorso molto esplicito in tema di politica ecclesiastica, e non gli esponenti della consorteria conservatrice avversa alla sua, non è una notiziola da perdere per strada, a meno che non la si voglia perdere intenzionalmente. Del resto, i discorsi di Paolo Braguti su "un'Italia grande, unita e forte" difficilmente avrebbero potuto essere pronunciati dai suoi avversari, soprattutto da chi, sino al 1859, più dell’amor di patria aveva sviluppato, con tipica cortigianeria d’ancien régime, sia i passi di contraddanza nei salotti arciducali a Milano, sia i calli sottorotulei alla corte dell'Antonelli a Roma. "La carabina sia come una fedele sorella", dice Garibaldi: nessuno quel giorno a Crema ha dubbi su chi, per Garibaldi, vada inquadrato dietro la tacca di mira, a livello nazionale come a livello locale, visto un certo ruolo nazionale di Garibaldi e visti certi corrispondenti ruoli locali, non lontani da Paolo Braguti. Si evidenzia in tal modo, grazie alla competenza storica di don Giuseppe Degli Agosti, che qui con discrezione sembra suggerire multa paucis, un elemento essenziale della visita di Garibaldi a Crema, volutamente sottaciuto da una certa agiografia di maniera, che preferisce indugiare sui fatterelli di cronaca e su un fasullo unanimismo storiografico. Rendiamo invece, sempre di più, a Paolo Braguti la giusta visibilità storica e culturale, apprezzando quanto di lui possiamo leggere presso la Biblioteca di Crema e quanto di indicativo su di lui si dovrebbe trovare presso il locale Archivio Diocesano.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 16 aprile 2011.

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09 aprile 2011
Giacomo Marchini, Angelo Spini, Antonio Marazzi

Il Risorgimento, per Vittorio Dornetti, non fu opera di una ristretta élite politica, militare e diplomatica ma fu realizzato con il concorso di ampi strati della popolazione. Ecco dunque tre storie esemplificative di come ci fossero, in quegli anni, patrioti attivi in ogni ambito sociale ed economico. Giacomo Marchini di Casaletto Ceredano è figlio di agricoltori sufficientemente agiati e riesce a studiare al liceo di Lodi e all’università di Pavia. Angelo Spini di Cremosano è di condizioni modeste. Antonio Marazzi di Crema è di famiglia tanto nobile quanto ricca. Diversi sono anche i rapporti con le rispettive famiglie. Marchini e Spini diventano patrioti uscendo da contesti familiari di ordinaria sudditanza all’Austria. Marazzi è invece figlio di uno dei principali patrioti cremaschi del ’48, il conte Paolo Marazzi, intimo di personaggi come Vincenzo Toffetti, Enrico Martini, Lodovico Oldi ed Enrico Zurla. Diverse sono pure le vicende di questi giovani patrioti. Marchini partecipa alle Cinque Giornate di Milano, combatte come volontario a Curtatone e Montanara e poi come regolare nell’esercito piemontese. Spini combatte a San Martino e cade a Spoleto durante la campagna nell’Italia centrale. Marazzi combatte a Bezzecca e poi compie una brillante carriera diplomatica nel nuovo Stato italiano. Tre guerre differenti, nelle quali i nostri tre personaggi si muovono però in un’unica direzione, verso un unico obiettivo: l’indipendenza e l’unità dell’Italia. Si riafferma in tal modo lo stretto legame tra gli specifici contesti locali di provenienza e l’impegno comune per la formazione di una nuova, condivisa, realtà nazionale italiana. Se nel ’70 tutte le strade risorgimentali porteranno a Roma, sembra suggerire Vittorio Dornetti, si tratterà anche di strade iniziate in paesi come Casaletto Ceredano e Cremosano. Di Crema si sapeva. Ma fino all’anno scorso ce ne stavamo dimenticando.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 9 aprile 2011.


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26 marzo 2011
Luciano Manara, un eroe italiano

Gli eroi esistono. Si rassegnino i cronisti che degli uomini vorrebbero ricordare solo i difetti, le mediocrità, le cadute. Vittorio Dornetti non esita, in questo suo approfondimento storico, a presentare Luciano Manara proprio come un eroe. Ritorna inoltre, già nel titolo, la sua tesi sui personaggi presi in esame in questi articoli sul noto settimanale cremasco: “Manara, eroe nazionale, cremasco d’adozione”, vale a dire la convinzione del profondo legame, naturale ed organico, tra storia locale e storia nazionale. La descrizione dei rapporti dell’eroe di Villa Spada con le campagne, allora boscosissime, di Antegnate, zona di addestramento delle sue formazioni paramilitari; con Crema e con parte della sua gioventù del tempo; con alcune famiglie cremasche, che da allora ne custodiscono con affetto la memoria, è mirata a dimostrare l’intreccio di parentele, amicizie e conoscenze che in quegli anni fecero di Luciano Manara uno dei massimi esponenti del patriottismo nazionale e al tempo stesso un uomo profondamente radicato nel nostro territorio, per affetti familiari, abitudini e intendimenti. Molto interessanti le indicazioni d’indagine che Vittorio Dornetti fornisce a proposito della presa del Palazzo del Governo all’inizio delle Cinque Giornate e della deviazione di Luciano Manara da Treviglio a Crema il 28 marzo. Quello che accade successivamente è noto e porterà, dopo poco più di un anno, al sacrificio dell’eroe, a ventiquattro anni, secondo i canoni più classici della morte guerriera. Questo onorare l’eroe che muore combattendo potrà dare fastidio ai fautori di un certo revisionismo minimalista che fa dell’aneddoto la misura della storia, ai cultori della redditizia retorica dell’antiretorica. Ma di Gobetti che pretendono di ammannirci un Risorgimento senza eroi ce n’è bastato uno. E bene fa Vittorio Dornetti a ricordarci, attraverso l’esempio di Luciano Manara, che sin dall’origine dei tempi, in ogni società, gli uomini migliori sono proprio gli eroi. E che quando, in una società di uomini, gli eroi scompaiono, è solo perché i migliori mancano.

Foto 1 e 2: Luciano Manara, Maggiore dell'Esercito Piemontese e Comandante del Battaglione Bersaglieri Lombardi nel 1849.
Foto 3: Luciano Manara, Colonnello a Roma, dove i Bersaglieri Lombardi combattono la loro ultima battaglia.
Foto 4: Luciano Manara sul letto di morte.
Foto 5: Eleuterio Pagliano, La morte di Luciano Manara, 1884, Roma, Galleria d'Arte Moderna.
Documento 1: l'articolo pubblicato il 26 marzo 2011. 


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19 marzo 2011
Competenza e obiettività

Si fornisce una conferma di quanto “Il Nuovo Torrazzo” tenga fede al suo impegno di competenza e obiettività. Sullo stesso numero del 19 marzo, nel quale il prof. Vittorio Dornetti ha svolto il suo approfondimento storico su Enrico Martini, l’apprezzato settimanale cremasco ha pubblicato anche un articolo dedicato alla celebrazione del 150°, tenutasi giovedì 17 in Sala Consiliare a Crema. Alla fine dell’articolo, il Coordinatore Editoriale, Angelo Marazzi, ha riportato un fatto accaduto durante l’incontro: l’intervento di una persona seduta di fianco al Sindaco che ha espresso su un patriota cremasco “un giudizio negativo, che pare però ingeneroso, leggendo le annotazioni a pag. 47 di Vittorio Dornetti, studioso e storico indiscutibilmente attendibile”.

 

Documento 1: l’articolo sulla celebrazione del 150° in Sala Consiliare il 17 marzo.

Documento 2: una domanda alle autorità.


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19 marzo 2011
Enrico Martini, il diavolo probabilmente
Dev'essere stato l'approfondimento più difficile da scrivere, per Vittorio Dornetti, questo su Enrico Martini. Da un lato ci sono infatti, tra i meriti, la realizzazione da parte di Enrico Martini di fatti e risultati storici molto rilevanti, il compimento di azioni estremamente coraggiose, i legami d'amicizia con esponenti politici e culturali, nazionali ed europei, di primissimo piano, le incredibili avventure personali e politiche, in Italia e all'estero. Dall'altro, ci sono le invidiose critiche per le sue giovanili "relazioni pericolose", le ipocrite censure sul suo "impune" rimpatrio, le rancorose maldicenze sulle sue vittorie elettorali, "brogli massonici" compresi. Un personaggio del genere o non esiste oppure è il diavolo in persona, tanto riesce a farsi apprezzare per le sue imprese storiche e, nel contempo, a farsi esecrare dalle perpetue votate al pettegolezzo. E' facile dimostrare come Enrico Martini sia esistito realmente. Meno facile escludere che fosse il diavolo. Di sicuro lo credeva il diavolo l'abate Anelli, che quando lo nominava si faceva il segno della croce, e non per scherzo. Ma Vittorio Dornetti ha studiato a lungo diavoli e spettri, anni fa, e sa come rendere questo genere di presenze. Lo fa molto bene in questo approfondimento, puntando naturalmente sulle doti di patriota di Enrico Martini, un patriota di livello nazionale, più di ogni altro a Crema nel Risorgimento, ma anche profondamente radicato nel suo territorio. E concentrandosi infine su un elemento condiviso da tutti, su cui nessuno ha da obiettare: l'amor di patria di Enrico Martini ed il suo combattere, per tutta la vita, per l'Italia, dalle barricate di Milano ai banchi parlamentari. Perchè questo fu, per Vittorio Dornetti, il conte Enrico Martini: un indomito combattente. E di solito, dopo che i combattenti hanno ceduto il campo alla falce del tempo, le nazioni civili e le città nobili fanno sempre una cosa, prima di ogni altra: li onorano pubblicamente nelle cerimonie ufficiali, ricordandoli come esempio ai giovani ed alla propria classe dirigente.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 19 marzo 2011.

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05 marzo 2011
Vincenzo Toffetti, il primo patriota

Finalmente una nota biografica di Vincenzo Toffetti diversa dal solito palinsesto locale, più volte raschiato e riscritto, con varianti in genere peggiori dell’originale. Differenziate le fonti, arricchite le informazioni biografiche, aggiustato il tiro sul ruolo effettivo di questo importante personaggio, Vittorio Dornetti ci restituisce un Toffetti meno aneddotico e più protagonista del suo tempo, indicandoci spunti di ricerca sino ad oggi ignorati. La via pare finalmente aperta a proficue indagini sugli anni in cui Toffetti condivise l’esperienza dei Federati, sulla sua abile tessitura delle relazioni lombardo-piemontesi prima del 1848, sul suo contributo nel gruppo della destra albertista in quell’anno decisivo, sui suoi collegamenti con la dirigenza politica di Torino nel decennio di preparazione, sulla vicenda del suo ritiro in un protettissimo eremo ligure, mai del tutto chiarita. Con questo approfondimento su Vincenzo Toffetti, Vittorio Dornetti ha cominciato a dimostrarci che la storia locale e quella nazionale sono indissolubilmente legate e che vi furono nel Risorgimento dei cremaschi per i quali la propria città e la propria nazione erano due parti del loro unico cuore. Dispiace quasi di non averlo conosciuto meglio prima, Vincenzo Toffetti, questo signore di Ombriano, in realtà più a suo agio a Parigi e Londra, misterioso per gli estranei ma fraterno con gli amici, adorato dai suoi giovani e talvolta imprudenti discepoli, generoso con gli onesti, implacabile con i disonesti, capace di imprimere nel cuore di tanti ragazzi lombardi del ’48 un affetto senza limiti per la loro patria e per il loro Re.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 5 marzo 2011


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26 febbraio 2011
La cronaca di Ferdinando Meneghezzi e la riflessione sulle piccole patrie divenute nazione

Colpisce sempre, negli scritti di Vittorio Dornetti, la capacità di planare, per larghi giri concentrici, intorno al tema trattato e poi, d’un tratto, scendere in picchiata verso il cuore dell’argomento, afferrandolo con artiglio risolutivo. Anche a proposito di quei giorni del 1848, Vittorio Dornetti manifesta la sua capacità di inquadrare la scena in modo corretto, ricorrendo all’unica fonte documentale attendibile, avvicinandosi poi al concetto cardine della sua esposizione e concludendo infine in modo inoppugnabile. E’ Ferdinando Meneghezzi che fornisce le informazioni sugli eventi, è Vittorio Dornetti che li spiega e ne trae le conclusioni. In modo asciutto, preciso, il lettore è portato a condividere il fatto che “la contrapposizione tra locale e nazionale, l’idea che non si possa fare di tante piccole patrie un’Italia unica è figlia del presente, di una crisi che riguarda il nostro oggi e che non può essere applicata a ritroso ad un passato che non conosceva le perplessità attuali”. Ed ancora: “In molti casi, eroe nazionale ed eroe locale coincidono”. E’ evidente qui la formazione classica di Vitttorio Dornetti, ex alunno del Liceo Ginnasio “Alessandro Racchetti” di Crema. Fa l’esempio di Luciano Manara ma lo stesso si diceva di Leonida ed, in effetti, ci fu un momento in cui tra Villa Spada e le Termopili ogni differenza scomparve: il momento più alto, secondo Tirteo, quello della morte dell’eroe pugnante. Ed infine: “Nei momenti di crisi, di ricerca disperata della propria identità, la nazione si è ancorata saldamente al passato risorgimentale e ai suoi valori”. In fondo, Vittorio Dornetti ci sta dicendo che la nostra storia locale non è separabile da quella nazionale, soprattutto nel Risorgimento. Nei successivi approfondimenti settimanali ce lo dimostrerà.

Documento 1: l'articolo pubblicato il 26 febbraio 2011


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