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Giancarlo Melano

Torinese, nato nel 1939, Giancarlo Melano è laureato in economia e commercio. Dopo una lunga carriera come dirigente industriale, è stato Direttore della Segreteria Generale nel Compartimento ENEL di Torino, competente per l’Italia di Nord-Ovest. Si è successivamente dedicato alla ricerca e agli studi storici, operando nell’ambito di varie Associazioni torinesi, che ha contribuito a fondare o ad animare, come Torino 1706-2006, Amici del Museo Storico Nazionale d’Artiglieria, Passepartout 2011. Ha curato alcune importanti iniziative realizzate negli ultimi anni, tra cui le celebrazioni per il terzo centenario dell’Assedio e della Battaglia di Torino, per le quali ha avuto il prezioso sostegno del Gen. Guido Amoretti, e la mostra “L’alba di un Regno” nei locali del Maschio della Cittadella e del Museo Pietro Micca. A partire dal 2007 ha seguito il trasferimento dei materiali del Museo d’Artiglieria dal Maschio della Cittadella alla Caserma Carlo Amione e quindi la catalogazione delle armi che costituiscono le collezioni. E’ dunque, in proposito, l’esperto per antonomasia, in grado di analizzare in dettaglio il contenuto dei vari comparti delle raccolte e di descriverne le origini storiche e l’utilizzo sul campo. Poiché le armi furono una componente essenziale del processo risorgimentale, la sua conoscenza della materia, espressa in modo chiaro e coinvolgente nelle pagine di questo libro, aiuta a capire molti avvenimenti e situazioni di quel periodo storico. In previsione dell’imminente inaugurazione delle nuove aree espositive del Museo d’Artiglieria, Giancarlo Melano riesce in questo volume a far comprendere, anche al grande pubblico, la rilevanza di un patrimonio di armamenti d’artiglieria tra i più importanti del mondo.

 

Foto 1: una recente immagine di Giancarlo Melano.


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Carlo Alberto: riforme e innovazione

La fondazione del Museo Storico Nazionale d’Artiglieria di Torino è solo una delle innumerevoli iniziative che caratterizzano la politica di riforme, di innovazione, di miglioramento delle istituzioni tipica del regno di Carlo Alberto. Sono ben note le tappe principali di questa svolta riformatrice, rispetto alla stagnazione dei precedenti periodi di Vittorio Emanuele I e di Carlo Felice: l’istituzione del Consiglio di Stato nel 1831, il nuovo Codice Civile nel 1837, il nuovo Codice Penale nel 1839, il nuovo Codice di Commercio nel 1842, il riordino dei vari Ordini Cavallereschi tra il 1831 e il 1837, le riforme economiche e commerciali a partire dalla fine degli anni trenta dell’ottocento, l’impulso alle esportazioni (sete, vini) dall’inizio degli anni quaranta, la riorganizzazione amministrativa centrale e locale, continua e progressiva, e la nuova regolamentazione di molti aspetti economici in campo manifatturiero e commerciale. Sono tutti interventi riformatori tesi a rafforzare lo Stato ed a promuovere un solido sviluppo economico, che non tarda a manifestarsi, nel Regno di Sardegna, proprio grazie a questa politica sempre più aperta verso il nuovo e, dalla metà degli anni quaranta, dichiaratamente liberale, in una accezione non solo economica ma anche istituzionale. Le riforme di Carlo Alberto in campo militare si rivelano sin dall’inizio molto incisive ed innovative, dai criteri di leva e reclutamento alle tipologie degli armamenti militari, dalla riorganizzazione dei vari Corpi ai ritrovati tecnici da impiegare per uso bellico. L’Esercito e la Marina hanno, per Carlo Alberto, il compito di garantire questo ordinato sviluppo della comunità civile, difendendo il Regno da ogni elemento perturbatore, interno od esterno, e costituendo una sorta di soggetto avanzato ed emblematico dell’intera società piemontese, in via di evoluzione verso un futuro che presto sarà italiano e nazionale. Nell’aprile del 1832, con la nomina del Gen. Emanuele Pes di Villamarina, destinato a restare in carica quindici anni quale responsabile della Segreteria di Guerra e Marina, le riforme militari di Carlo Alberto iniziano a manifestarsi in un vasto e lungimirante programma organico, ben strutturato, non dettato solo dalle necessità del momento ma orientato a fare dello Stato sabaudo un attore militare di prim’ordine, come in effetti accadrà nel corso delle campagne di guerra risorgimentali. La Fanteria, la Cavalleria, l’Artiglieria, le altre componenti dell’Esercito piemontese, la Marina, le strutture logistiche e di servizio, tutto viene analizzato e migliorato nel corso di quegli anni, attraverso un’opera riformatrice ben pianificata, gestita e controllata. Di certo non mancheranno, alla prova dei fatti, ad esempio sui campi di battaglia del 1848, lacune e difetti. Ma se si pensa che solo per poco il piccolo Piemonte non riuscì a battere quello che, su terra, era allora considerato l’esercito più forte del mondo, non si può che ammirare la preveggenza e l’intelligenza di questa politica di innovazione militare, dagli aspetti più generali, riguardanti le regole di base e le strutture complessive dell’Armata, a quelli più concretamente pratici, come la graduale sostituzione delle armi da fuoco a pietra con quelle a luminello, l’introduzione delle dosi di polvere in cartucce, la sperimentazione sulle canne rigate, la ricerca e selezione di cavalli sempre più adatti per i reggimenti di Cavalleria, non concentrandosi solo su tipologie di soggetti più pesanti per i Dragoni, la precisa definizione dei modelli di arma bianca e da fuoco per i vari ambiti e livelli dell’ufficialità e della truppa, il notevole impulso verso l’innovazione tecnologica e l’applicazione di nuovi ritrovati nel campo delle artiglierie. E’ proprio l’Arma d’Artiglieria quella che probabilmente simboleggia in modo più rappresentativo questo clima di riforme e di ricerca di nuove soluzioni in campo bellico, viste le sue tradizioni di Arma Dotta e considerati gli sviluppi scientifici sempre più rapidi in quegli anni. Le artiglierie a postazione fissa, quelle da campagna, le celeberrime batterie a cavallo sabaude, di certo tra le migliori d’Europa, costituiscono in questa circostanza un esempio di come le scienze applicate e la capacità militare possano realizzare un insieme di conoscenze e di abilità davvero micidiali sul campo di battaglia: se nel 1848 la campagna militare non si fosse ridotta ad una guerra quasi di posizione, tra il Mincio e l’Adige, e si fosse invece risolta sfruttando la velocità e la qualità tecnica delle batterie a cavallo e dell’artiglieria da campagna piemontesi, agendo sugli austriaci in ritirata con maggiore tempestività, l’Italia sarebbe nata con una dozzina di anni in anticipo e sarebbe stata, sin dall’inizio, un’Italia diversa e migliore. Carlo Alberto ha verso l’Arma d’Artiglieria un affetto più che comprensibile, essendo stato, poco più che ventenne, Gran Mastro d’Artiglieria durante il regno di Vittorio Emanuele I. Un quadro di Pietro Ayres, che fa parte delle collezioni del Museo d’Artiglieria di Torino, lo raffigura proprio con l’uniforme di Gran Mastro. Informazioni molto interessanti sull’Arma d’Artiglieria in quel periodo si trovano nei due volumi di Stefano Ales, “L’Armata Sarda e le riforme albertine - 1831-1842” e “Dall’Armata Sarda all’Esercito Italiano – 1843-1861”, editi dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, ai quali si rimanda per maggiori approfondimenti in proposito. Negli anni trenta Carlo Alberto fa realizzare a Torino più di un museo destinato a far conoscere e valorizzare gli oggetti di pregio ed i cimeli che i Savoia hanno saputo raccogliere e conservare. Il Museo Egizio nasce in questo contesto, così come la Regia Galleria, oggi Galleria Sabauda. Lo stesso esempio della Sindone è illuminante riguardo a questo modo di intendere il valore di certi contenuti storici e culturali. E’ Carlo Alberto che intuisce l’importanza di queste istituzioni museali, che possono costituire un ponte tra un passato ricco di tradizioni ed un futuro più aperto alla conoscenza e alla fruizione di oggetti e reperti storici di valore da parte di un pubblico sempre più vasto. Si resta ammirati davanti a questa mentalità così innovativa, soprattutto se la si confronta con la realtà di altri Stati italiani di quel tempo, come il Regno dei Borboni o quello dei Pontefici. Il pensiero di Carlo Alberto è anche quello di valorizzare le armi antiche e di pregio della famiglia, così come le importanti dotazioni storiche d’artiglieria e, più in generale, quelle armi da fuoco che nelle varie armerie reali possono costituire il nucleo iniziale di un’esposizione dedicata a questa tipologia di armamenti. L’intento è di sviluppare, attraverso la consapevolezza dei propri trascorsi bellici e mediante l’identificazione con una tradizione militare di prim’ordine, il senso di appartenenza e l’orgoglio nazionale da parte della popolazione del Regno e, soprattutto, da parte delle nuove generazioni. Anche in questo, Carlo Alberto coglie con prontezza la lezione culturale francese di origine napoleonica e si pone come antesignano rispetto alla maggioranza delle restanti nazioni europee. Dopo alcuni anni di ricerca, raccolta e preparazione, si giunge così alla proposta di un Museo d’Artiglieria, formulata dal Gen. Vincenzo Morelli di Popolo, Comandante Generale dell’Artiglieria. Tra il 1842 e il 1843 questa proposta si realizza e consente la nascita, a Torino, della nuova struttura museale, da tempo desiderata da Carlo Alberto e da lui approvata il 14 giugno del 1843.

 

Foto 1: Giuseppe Bogliani, Busto in marmo di Carlo Alberto, 1838, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento.


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Selezione Immagini - Prima Parte

Si riproducono alcune delle immagini del libro "Testimone del Risorgimento. Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino" - Prima Parte.

Foto 1 : Il Palazzo dell’Arsenale di Torino, che ha ospitato il Museo d’Artiglieria dal 1843 al 1885. E’ ora la sede della Scuola d’Applicazione e Istituto di Studi Militari dell’Esercito. L’architetto è stato Felice de Vincenti, nel 1736. La decorazione dell’ingresso principale, posto all’angolo fra le vie dell’Arsenale e dell’Arcivescovado, è stata realizzata nel 1888-90.

 

Foto 2: Lettera in data 14 giugno 1843 con cui il Ministro di Guerra e Marina, Gen. Emanuele Pes di Villamarina, informa il Gen. Vincenzo Morelli di Popolo dell’approvazione espressa da Carlo Alberto riguardo alla proposta di istituire il Museo d’Artiglieria. Archivio di Stato di Torino, Azienda Generale d’Artiglieria, Fortificazioni e Fabbriche Militari, Miscellanea Artiglieria, casella 147, mazzo 111 (trascrizione del testo nell’appendice D del libro di Giancarlo Melano).

 

Foto 3: Registro Inventario del Museo d’Artiglieria, frontespizio dell’Inventario Speciale del 1845, Archivio del Museo d’Artiglieria di Torino, 1312. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 4: I locali assegnati al Museo d’Artiglieria nel 1843, al momento della sua fondazione. Erano ubicati al primo piano dell’ala ovest dell’Arsenale, poi demolita ed ora corrispondente all’area compresa fra il corso Re Umberto e le vie Don Minzoni, Conte Rosso e Umberto Biancamano. Disegno a penna sulla seconda facciata della lettera inviata dal Gen. Vincenzo Morelli di Popolo al Ministro di Guerra e Marina, Gen. Emanuele Pes di Villamarina, il 12 giugno 1843. Archivio di Stato di Torino, Azienda Generale d’Artiglieria, Fortificazioni e Fabbriche Militari, Miscellanea Artiglieria, casella 147, mazzo 111.

 

Foto 5: La facciata principale del Maschio della Cittadella, dove venne successivamente trasferito il Museo d’Artiglieria, prima della ristrutturazione di fine ottocento e dopo l’inaugurazione del monumento a Pietro Micca del Cassano (1864). L’edificio ha ancora il tetto “francese” e, al di sotto, il consistente strato di terra destinato a proteggerlo dall’impatto dei colpi delle artiglierie nemiche.

 

Foto 6: La facciata principale del Maschio della Cittadella dopo la ristrutturazione del 1892-93. Sono evidenti le variazioni progettate dall’Ing. Riccardo Brayda e realizzate con la supervisione di Alfredo d’Andrade.


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Selezione Immagini - Seconda Parte

Si riproducono alcune delle immagini del libro "Testimone del Risorgimento. Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino" - Seconda Parte.

Foto 1: Capitini, Ritratto del Conte Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, 1840-43, dono della famiglia al Real Corpo d’Artiglieria. Sullo sfondo, dietro la finestra a destra, appare il Palazzo dell’Arsenale visto dalla via Arcivescovado, mentre alla spalle del personaggio è appeso un dipinto che rappresenta la gloriosa battaglia dell’Assietta, alla quale il Conte aveva preso parte come Comandante nel 1747. Olio su tela, cm 150 x 103. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.01.0036. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 2: Pietro Ayres, Ritratto di Carlo Alberto di Savoia Carignano in uniforme da Gran Mastro d’Artiglieria, 1823-30. Sul tavolo alla destra di Carlo Alberto, il modello di un cannone su affusto sistema Gribeauval da 16 libbre e una mappa di Genova. Accanto alla mano sinistra una sciabola all’orientale con impugnatura in avorio, del tipo da cui successivamente sarebbe stata ricavata la sciabola piemontese Modello 1843 per Ufficiali di Stato Maggiore. Sul petto di Carlo Alberto sono riconoscibili decorazioni sabaude ma anche francesi, toscane e napoletane. Olio su tela, cm 149 x 103. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.01.0015. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 3: Pietro Ayres, Ritratto di Francesco Omodei, 1840-43, dono della famiglia al Real Corpo d’Artiglieria. Alla destra del personaggio, sul tavolo, due modelli di affusti per cannoni, uno sistema Gribeauval, l’altro più moderno. Sullo scaffale, vari trattati di artiglieria. La spada è un Modello 1833 per Ufficiali, la celebre “albertina”, uno degli elementi simbolici militari più noti del regno carloalbertino. Olio su tela, cm 193 x 141. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.01.0043. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 4: Paolo Gaidano, Ritratto del Gen. Vincenzo Morelli di Popolo, 1904. Comandante Generale del Real Corpo d’Artiglieria dal 1841 al 1848, a lui si deve l’iniziativa della proposta di realizzazione del Museo d’Artiglieria di Torino, tra il 1842 e il 1843. Anche la sua spada è una “albertina”, il Modello 1833 per Ufficiali. Olio su tela, cm 141 x 96. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.01.0044. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 5: Anonimo, Ritratto di Ferdinando di Savoia, Duca di Genova. La coccarda tricolore sul fregio del cappello portato sotto il braccio permette di datare il dipinto tra il 1848 e il 1855, anno della morte del secondogenito di Carlo Alberto. La sciabola è una Modello 1833 per il Real Corpo d’Artiglieria. Olio su tela, cm 151 x 105. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.01.0039. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 6: Il Maggiore Angelo Angelucci, Direttore del Museo d’Artiglieria di Torino dal 1861 al 1885. Inizi del secolo XX. Ingrandimento di albumina d’epoca con ritocchi a pennello. Fondo Fotografico presso l’Archivio del Museo d’Artiglieria di Torino. Foto Maria Vernetti.


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Selezione Immagini - Terza Parte

Si riproducono alcune delle immagini del libro "Testimone del Risorgimento. Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino" - Terza Parte.

Foto 1: Due fucili d’ordinanza piemontesi per fanteria, a pietra focaia, della seconda metà del settecento. In alto, fucile Modello 1743, lunghezza cm 160,5. In basso, fucile Modello 1752, lunghezza cm 149,7. Museo d’Artiglieria di Torino, 03.02.0182 e 03.02.0189. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 2: Pistolone d’ordinanza piemontese per cavalleria pesante, ad avancarica ed a luminello, con canna rigata. Si tratta di un Modello 1843 ma con il gancio per l’appendimento al cinturino tipico del Modello 1858. L’esemplare è stato prodotto dall’Arsenale di Torino nel 1859. Lunghezza cm 69,5. Museo d’Artiglieria di Torino, 03.01.0204. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 3: Sciabola Modello 1833 per il Real Corpo d’Artiglieria, appartenuta al Capitano Cavalli. Sul lato sinistro della lama, punzone “Jagenberg” e motto inciso a caratteri gotici “Dio e re”. Sul lato destro della lama, punzone “Solingen” e motto “Con ragion traggo, con onor ripongo”. Impugnatura in ebano. Fodero in lamiera di ferro. Lunghezza totale dell’arma cm 97,5. Museo d’Artiglieria di Torino, 02.01.0111. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 4: “Beidana”, arma bianca popolare tipica dei Valdesi del Piemonte, della seconda metà del XVII secolo o della prima metà del XVIII. L’esemplare è piuttosto ricco, decorato a bulino con un motivo semplice ma non privo di eleganza. Le armi di questo genere più tipiche portano all’estremità una voluta ricavata per forgiatura, voluta che qui è simulata col bulino. Anche il traforo a cuore è un motivo caratteristico. L’impugnatura è costituita da due guancette di corno bovino. Subito sotto l’impugnatura, sul lato sinistro (qui non illustrato), è presente un gancio piatto per essere appesa alla cintura. Descrizione di Giorgio Dondi. Lunghezza totale dell’arma cm 70,8. Museo d’Artiglieria di Torino, 02.01.0039. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 5: Shakò Modello 1848 da milite della Guardia Nazionale del Regno di Sardegna. La nappina non è pertinente, essendo propria di un copricapo della 2a Compagnia granatieri di un reggimento di fanteria di linea. Il figurino ufficiale prevedeva un pennacchio azzurro. Nota di Enrico Ricchiardi. Museo d’Artiglieria di Torino, 11.05.0076. Foto Maria Vernetti.


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Selezione Immagini - Quarta Parte

Si riproducono alcune delle immagini del libro "Testimone del Risorgimento. Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino" - Quarta Parte.

Foto 1: Cannone in bronzo rigato da 9 cm da campagna tipo “Cacciatori”. Modello 1844 con affusto sistema Cavalli. Lunghezza cm 255, escluso il timone. Museo d’Artiglieria di Torino, 05.01.0096. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 2: Modello ridotto di cannone in bronzo rigato da 9 cm da campagna tipo “Cacciatori”. Modello 1844 con affusto sistema Cavalli. In base al confronto con l’esemplare reale, di cui alla precedente Foto 1, questo modello in scala 1:5 pare però differire in vari dettagli dal pezzo originale dichiarato in atti. E’ verosimile che riproduca una versione di poco anteriore. Lunghezza cm 53,5. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.01.0362. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 3, 4 e 5: Modello ridotto di cannone in bronzo da 8 libbre con affusto sistema Cavalli, avantreno al traino e attacco. Il gruppo, nei suoi componenti, è in scala 1:5. Lunghezza del cannone cm 64. Lunghezza dell’avantreno cm 86. Lunghezza dei cavalli cm 36. Questo modello rappresenta le celebri batterie a cavallo piemontesi, uno dei punti di forza dell’Esercito Sardo. Si tratta delle famose “volòire”, impiegate con effetti risolutivi in molte battaglie del Risorgimento. Il cannone qui riprodotto è stato utilizzato fino all’anno 1863. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.01.0358 e 09.01.0424. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 6: Modello ridotto di cannone reggimentale da 4 libbre con affusto “alla sassone”. Si tratta di un modello 1754, in uso nel Regno di Sardegna nella seconda metà del XVIII secolo, in scala 1:5 e costruito in ferro, legno e ottone. Lunghezza cm 50,5. Il Regno di Sardegna si era dotato di poco meno di un centinaio di pezzi da campagna di questo tipo, la cui denominazione derivava dalla loro iniziale adozione da parte dell’Elettorato di Sassonia. La maggior parte di questi esemplari veniva realizzata direttamente dall’Arsenale di Torino. La struttura era munita di una speciale “gondola” per il sostegno della bocca da fuoco, che permetteva una più alta cadenza di tiro. Descrizione di Giovanni Cerino Badone. La colorazione verde oliva originale dell’affusto di questo modello in scala è offuscata da una spessa patina scura. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.01.0252. Foto Maria Vernetti.


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Selezione Immagini - Quinta Parte

Si riproducono alcune delle immagini del libro "Testimone del Risorgimento. Il Museo Storico Nazionale d'Artiglieria di Torino" - Quinta Parte.

Foto 1: Disegno di Carro-Cannone in atto di sparare anche marciando. La tavola è tratta da G. Cavalli, Scritti editi e inediti, Torino, Paravia, 1910. E’ qui riprodotto il cannone da campagna tipo “Cacciatori” con il tipico attacco a due cavalli. L’assetto è quello di marcia ma nell’atto di invertire la posizione per prendere posizione. Il volume si trova presso la Biblioteca della Associazione Amici del Museo Storico Nazionale d’Artiglieria di Torino.

 

Foto 2: Disegno di cannone con affusto “alla sassone”, seconda metà del XVIII secolo, cm 55,5 x 43,7. Corrisponde al modello in scala 1:5 conservato presso il Museo d’Artiglieria, di cui si è riprodotta l’immagine nella Foto 6 della precedente sequenza di immagini. Il disegno è completato da una cornice con didascalia di inizio novecento che fornisce alcune informazioni sull’arma, tra cui quella secondo la quale questo cannone “sparava sino a nove colpi al minuto”. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.04.0072. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 3: Modelli ridotti di equipaggi da ponte sistema Cavalli, con e senza barca. I modelli risalgono agli anni trenta del secolo XIX e sono entrambi in scala 1:10. Quello senza barca misura cm 139, incluso il timone, mentre quello con barca misura cm 151, sempre incluso il timone. Il Capitano d’Artiglieria G. Cavalli aveva ideato, oltre ad un sistema per il cannone da campagna di tipo “Cacciatori”, anche un originale sistema di prefabbricazione, trasporto e installazione di ponti di barche, indispensabili per la conduzione di campagne militari nella pianura padana. Questo impiego fu favorito da Carlo Alberto, segno di un evidente orientamento antiaustriaco alquanto precoce da parte sua. Secondo questo sistema, la dotazione di ogni barca comprendeva, oltre alla barca, un’ancora con relativo gavitello, cinque pertiche da fiume, un lungo mezzo marinaio e molti altri accessori occorrenti ai genieri per l’allestimento di un ponte di barche. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.02.0051 e 09.02.0149. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 4: Modelli ridotti di ponti fluviali sistema Cavalli, assemblati impiegando gli equipaggi già indicati nella precedente Foto 3. I modelli risalgono agli anni trenta del secolo XIX e sono entrambi in scala 1:20. Il sistema Cavalli consentiva, dopo il trasporto in loco, il montaggio rapido e razionale del ponte di barche, per il quale erano previsti tutti i componenti e l’attrezzatura necessaria per l’allestimento dell’opera. Sono qui rappresentate due diverse soluzioni di ponti, basate sull’impiego di barche accostate. In alto, il modello “a una barca”, di cm 100 di lunghezza e cm 30 di larghezza. In basso, il modello “a due barche appaiate”, di cm 40 di lunghezza e cm 60 di larghezza. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.02.0048 e 09.02.0050. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 5: Litografia di Pietro Gardet, “Carro carico della barca e dei suoi attrezzi”, cm 58,5 x 83. Si tratta della tavola XI dell’atlante di G. Cavalli, Sunto dell’equipaggio da ponti di barche e barchettine adottati dal Corpo R. d’Artiglieria di S.M. il Re di Sardegna, Torino, 1835-36. La tavola rappresenta in modo preciso ed efficace il sistema Cavalli di cui alle precedenti Foto 3 e 4. Museo d’Artiglieria di Torino, 14.04.0255. Foto Maria Vernetti.

 

Foto 6: Modello ridotto di tornio parallelo, risalente alla terza decade del secolo XIX. Il modello è in scala 1:5 ed è costruito in acciaio, ottone e legno di bosso. L’esemplare è stato realizzato dall’Arsenale di Torino per l’addestramento degli Allievi Ufficiali dell’Artiglieria e del Genio. Macchine di questo tipo consentivano la tornitura dei metalli con una precisione molto elevata. La lunghezza complessiva è di cm 63,5. Museo d’Artiglieria di Torino, 09.02.0029. Foto Maria Vernetti.


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