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Il combattimento di Governolo

Ai primi di luglio del 1848 Carlo Alberto chiede al generale Bava, Comandante del I Corpo d’Armata, un nuovo piano per il blocco di Mantova. Bava stende questo piano, che però porta l’esercito a trovarsi lungo una linea di ben settanta chilometri, da Rivoli a Governolo: una linea troppo forte come semplice linea d’osservazione e troppo debole, anche per carenza di opere difensive accessorie, come possibile linea di resistenza. Intanto Radetzky invia la brigata Liechtenstein a Ferrara, per fare incetta di viveri e rafforzare il presidio austriaco della città. Raggiunto lo scopo, parte di queste forze rientra in copertura e va ad aggiungersi alle truppe attestate a difesa di Mantova. Il Comando austriaco ha avuto notizia dell’inizio delle operazioni piemontesi attorno a Mantova e predispone i propri meccanismi difensivi. La brigata Liechtenstein lascia alcune compagnie di presidio a Governolo, punto di transito strategico sul Mincio. A metà luglio Bava riunisce a Goito la brigata Regina, una compagnia di bersaglieri, una batteria a cavallo ed il reggimento Genova Cavalleria. Con queste forze intende rintuzzare la scorreria austriaca su Ferrara, temendo che possa poi rivolgersi contro Modena. Viene però a sapere che gli austriaci sono subito retrocessi verso il Quadrilatero, in territorio mantovano. Decide allora di agire contro il presidio posto a Governolo, per premere su Mantova da sud-est, dopo aver rimosso questo ostacolo situato a cavallo del Mincio. Avanza lungo la sinistra del Po e poi si attesta sulla destra del Mincio, davanti al ponte levatoio alzato che isola la parte di Governolo su riva sinistra di questo fiume, in quel tratto inguadabile. I bersaglieri intanto si avvicinano all’argine sinistro navigando lungo il Mincio, nascosti in barche coperte da teli. Tra le due sponde inizia un vivace fuoco di fucileria e di artiglieria. Ad un tratto i bersaglieri escono dalle barche, risalgono dal lato occupato dagli austriaci e, grazie all’effetto sorpresa, riescono a sgombrare le difese e ad abbassare il ponte levatoio. Subito gli squadroni del Genova irrompono al galoppo sul ponte e attraversano l’abitato, sciabolando e mettendo in fuga il nemico, seguiti dall’artiglieria e dalla fanteria. Il 1° squadrone di testa carica anche un distaccamento di ulani, che è costretto a ritirarsi sulla strada per Mantova. Gli altri squadroni inseguono a lancia tesa gli austriaci, che si trincerano in una vicina area paludosa, circondata da un canale largo e inguadabile, attraversato però da un ponticello. Su di esso cadono alcuni cavalieri del Genova e la situazione pare bloccata. E’ allora che il tenente Rodolfo Gattinara di Zubiena, lanciando al galoppo il cavallo e saltando i corpi dei caduti e dei loro cavalli ormai a terra, carica alla sciabola i reparti di fucilieri appostati sul canale, dando l’esempio agli altri ufficiali e dragoni del reggimento. Il massiccio fuoco di fucileria investe in pieno i primi che si sono lanciati alla carica. Cadono sotto i colpi degli austriaci, con i loro cavalli, il tenente Rodolfo Gattinara di Zubiena ed il sottotenente Giacinto Silvio Appiotti. Restano gravemente feriti alcuni dragoni e il tenente Edoardo Brunetta d’Usseaux, che è salvato dal fratello Francesco, anch’egli tenente del Genova Cavalleria e partecipante all’azione, che pur ferito a sua volta riesce ad afferrarlo in corsa dal cavallo e ad evitargli lo scempio da parte degli austriaci. L’urto nei confronti degli avversari, una volta che parte dei cavalieri del Genova è riuscita ad entrare nel ridotto nemico, è di una violenza inaudita. L’impatto delle sciabole e l’irruenza delle lance lasciano sul terreno parecchi fucilieri e gli altri, sgomenti per tanto ardire ed impeto, si arrendono in poco tempo. I prigionieri sono alcune centinaia, più i cannoni, le munizioni ed altro materiale bellico. Anche la bandiera austriaca viene presa ed è ancor oggi custodita da noi italiani a memoria di quell’evento vittorioso.

 

[Questo testo sullo scontro di Governolo si basa principalmente sul libro di Piero Pieri, “Storia Militare del Risorgimento. Guerre e insurrezioni”, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1962, pagine 233 e 234. Va menzionata una imprecisione, tra l’altro ripetuta, a pagina 234 del volume in edizione originaria del 1962, per il quale le date del mese di luglio 1848 sono ivi erroneamente menzionate come del mese di “giugno”. Più in generale, in questa parte della Sezione Fatti del sito, dedicata a Rodolfo Gattinara di Zubiena a Governolo, si è tenuto conto dei Rapporti sulla campagna del 1848 editi dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, più precisamente: “Relazioni e Rapporti finali sulla campagna del 1848 nell’Alta Italia, Comando del Corpo di Stato Maggiore, Ufficio Storico; Volume I, Comando Supremo e Grandi Unità, Roma, Stabilimento Tipografico della Società Editrice Laziale, 1910; Volume II, Corpi e Reparti di Fanteria e Cavalleria, Roma, Laboratorio Tipografico del Corpo di Stato Maggiore, 1910; Volume III, Artiglieria, Operazioni attorno a Peschiera, Carabinieri Reali, Treno di Provianda, Servizi, Varie, Commissione d’inchiesta, Roma, Stabilimento Tipografico della Società Editrice Laziale, 1910”. Ndr].

 

Foto 1: disegno di Stanislao Grimaldi del Poggetto, combattente a Governolo non ancora ventitreenne come sottotenente del Genova Cavalleria, Torino, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano (nell’immagine, gli squadroni del Genova, l’artiglieria a cavallo ed i battaglioni della brigata Regina irrompono sul ponte levatoio abbassato dai bersaglieri e mettono in fuga gli austriaci che occupano il paese).

Foto 2: mappa con la descrizione del blocco di Mantova alla data del 20 luglio 1848, subito dopo lo scontro di Governolo, dal III volume del colonnello Cecilio Fabris, “Gli avvenimenti militari del 1848 e 1849”, Torino, Ufficio Storico del Corpo di Stato Maggiore dell’Esercito, 1898-1904 (rilevabile il posizionamento dei sei squadroni del Genova Cavalleria nella zona di Governolo, su riva sinistra del Mincio).

Foto 3: il generale barone Eusebio Bava, di Vercelli (1790-1854), Torino, Museo Nazionale del Risorgimento Italiano; partecipa giovanissimo alle campagne napoleoniche in Prussia, Polonia, Spagna e Portogallo, in cui consegue il grado di capitano da sottufficiale quale era; rientrato in Piemonte dopo il 1814 e ripresa la carriera in questo esercito, è tenente generale e governatore di Alessandria nel 1847; nella campagna del 1848 gli è assegnato da Carlo Alberto il comando del I Corpo d’Armata.

Foto 4: il generale Ardingo Trotti, comandante della Brigata Regina durante la campagna del 1848, Torino, Collezione Costante V. E. Giraud.

Foto 5: il capitano Giuseppe Lions - il cui cognome viene riportato in alcune fonti come Lyons - comandante la 1a compagnia del 2° battaglione bersaglieri, medaglia d’argento al valor militare per l’azione di Governolo (alla sua 1a compagnia viene assegnata la menzione onorevole, poi equiparata MBVM).

Foto 6: il sottotenente Stanislao Grimaldi del Poggetto (Chambéry, 25 agosto 1825 – Torino, 17 maggio 1903), autore della litografia su Rodolfo Gattinara di Zubiena e del disegno sullo scontro di Governolo, che fanno parte della sua opera “Album sulle campagne d’indipendenza sostenute dall’esercito piemontese nel 1848-1849”, terminata e pubblicata nel 1853, ristampata a fine ottocento come “L’arte e le guerre dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Campagne del 1848-49 dell’Esercito Sardo”, con testo del gen. Severino Zanelli e riproduzioni in eliotipia di Pietro Carlevaris, Torino, 1899.

Documento 1: testo sui fatti di Governolo, estratto dal volume del gen. Rodolfo Puletti “Genova Cavalleria”, Padova, Editore Giuseppe de Stefano, 1985, pagine 132-135.

Documento 2: relazione storica “Governolo, 18 luglio 1848”, pubblicata in rete, del dott. Mario Ercole Villa, di Torino.

Documento 3: capitolo sul combattimento di Governolo, dal volume del gen. Armando Rati “I Bersaglieri nel Risorgimento, 1848-1870. Da Goito a Porta Pia, la prima stagione del Corpo piumato”, Mantova, Editoriale Sometti, 2009, pagine 37-43 (consigliata in proposito anche la lettura del libro dello stesso gen. Armando Rati “Governolo e i volontari mantovani nel Risorgimento”, Mantova, Editoriale Sometti, 2008).


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Il reggimento Genova Cavalleria

Il reggimento Genova Cavalleria (4°) ha come data di costituzione il 1° agosto 1821 ma trae le sue origini dai Dragon Bleus, delle cui tradizioni è depositario. I Dragon Bleus nascono il 26 gennaio 1683, data dell’accordo tra il duca Vittorio Amedeo II ed il conte di Verrua per la levata di un reggimento di dragoni. Nei suoi tre secoli di vita questo reggimento ha cambiato più volte nome, stendardo e stemma, in conseguenza di fatti storici e variazioni istituzionali. Ha cambiato le uniformi, i regolamenti, le armi. Ma ha mantenuto lo spirito di corpo, la dedizione al dovere, il senso dell’onore. Ha partecipato a quindici campagne di guerra, prima per costituire e poi per difendere la patria. Il suo stendardo si fregia di due medaglie d’oro e di due medaglie d’argento al valor militare. Nei suoi ranghi hanno militato numerose generazioni di dragoni. Sono loro che hanno scritto la storia del Genova, formando una vera e propria leggenda di coraggio e valore. Insieme agli altri reggimenti storici (erano sei nella campagna del 1848), il Genova ha combattuto con eroismo sui campi di battaglia del Risorgimento, dando esempio al mondo delle migliori qualità militari della Cavalleria italiana. Federico Caprilli, l’ufficiale che ai primi del novecento rivoluzionò l’equitazione moderna con il suo sistema di “equitazione naturale”, era capitano del Genova Cavalleria negli anni in cui insegnava equitazione presso la celebre Scuola militare di Pinerolo. Per maggiori informazioni sul “Genova Cavalleria” si veda in proposito il libro del gen. Rodolfo Puletti, ancor oggi molto valido nonostante alcuni refusi, in parte emendati in errata corrige a fine volume. Per una breve sintesi della storia del reggimento, si veda la scheda informativa qui allegata, redatta da Francesco Apicella, Direttore della Rivista di Cavalleria.

 

Foto 1: copertina del volume del gen. Rodolfo Puletti “Genova Cavalleria”, Padova, Editore Giuseppe de Stefano, 1985, pubblicato in occasione del trecentesimo anniversario della fondazione del reggimento (1683-1983), celebrato a Palmanova nei giorni 23 e 24 aprile 1983, in concomitanza con il 28° Raduno Nazionale dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria (le quattro foto che seguono sono tratte da questo volume).

Foto 2: lo stemma del Genova Cavalleria nel periodo risorgimentale.

Foto 3: le trasformazioni del Genova Cavalleria nei suoi tre secoli di storia.

Foto 4: i principali fatti d’arme nei quali ha combattuto il Genova Cavalleria.

Foto 5: i principali ordinamenti organizzativi del Genova Cavalleria nel corso del tempo.

Foto 6: Federico Caprilli (Livorno, 1868 – Torino, 1907), capitano del Genova Cavalleria e comandante del suo Secondo Squadrone, insegnante presso la Scuola di Pinerolo, qui al centro di un gruppo dei suoi allievi lungo il percorso al galoppatoio della Baudenasca a Pinerolo (l’immagine è tratta dal libro “Le passioni del Dragone” di Lucio Lami, pubblicato nel 2009 da Ugo Mursia Editore in Milano).

Documento 1: scheda informativa sul Genova Cavalleria redatta da Francesco Apicella, tratta dalla sua “Breve storia della cavalleria e altri scritti” del 2004 (edizione web 2007).


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I caduti ed i decorati del Genova Cavalleria nelle campagne risorgimentali

Sono stati numerosi in Europa e in Africa i campi di battaglia sui quali sono caduti combattendo i cavalieri del Genova Cavalleria, durante le guerre di successione del settecento, i conflitti del periodo napoleonico, le campagne militari del Risorgimento, le imprese coloniali, le due guerre mondiali. Le decorazioni al valor militare che il reggimento si è meritato in più di tre secoli testimoniano il valore dei suoi uomini, sia come insieme, sia come individui. Ne sono un esempio le ricompense allo stendardo così come quelle ai suoi ufficiali, sottufficiali e dragoni. Prima della ricostituzione del reggimento come Genova Cavalleria nel 1821, basti ricordare le due medaglie d’oro allo stendardo date da Vittorio Amedeo III per i fatti d’arme del 1796 presso il colle del Bricchetto, perché “una sola medaglia non basta a premiare tanto valore”. Nel ventesimo secolo basti rammentare le due medaglie d’argento allo stendardo per i fatti ad est di Monfalcone (Carso, Quota 144, 16 settembre 1916) e per l’eroico sacrificio contro l’avanzata austriaca sul Tagliamento (Pozzuolo del Friuli, 29 e 30 ottobre 1917). Va menzionata anche la medaglia di bronzo al Valore dell’Esercito riconosciuta allo stendardo per il coraggio e la tempestività con cui il Genova seppe adoperarsi a favore della popolazione subito dopo il terremoto del Friuli, dal 6 al 15 maggio del 1976. Nelle periodo risorgimentale il Genova seppe battersi con forza e spesso con eroismo, tanto che non mancarono le promozioni e le medaglie a favore dei suoi cavalieri. Le immagini che qui danno conto dei caduti del Genova Cavalleria nelle guerre per l’indipendenza italiana e dei suoi decorati nel corso delle campagne risorgimentali sono tratte dal volume del gen. Rodolfo Puletti “Genova Cavalleria”, Padova, Editore Giuseppe de Stefano, 1985. Si precisa che nella parte riferita alla campagna del 1848 ed alle relative menzioni onorevoli (poi equiparate MBVM) sono stati erroneamente omessi dal gen. Puletti i nomi del tenente Rodolfo Gattinara di Zubiena e del sottotenente Giacinto Silvio Appiotti, che vanno quindi aggiunti al “6° e 7° rigo” di tale parte (qui riprodotta nella Foto 3), secondo quanto previsto nell’elenco degli errata corrige indicato dall’autore del libro a pagina 440. Prima della tardiva medaglia d'oro, qui definita "speciale", al tenente Rodolfo Gattinara di Zubiena era stata infatti riconosciuta, alla memoria, una semplice menzione onorevole, poi mantenuta. La sola menzione onorevole alla memoria fu assegnata subito dopo l'azione anche al sottotenente Giacinto Silvio Appiotti, che poi però non ricevette altri riconoscimenti. Al 5° rigo della stessa parte delle menzioni onorevoli è citato il sottotenente Vittorio Arborio di Gattinara, un altro coraggioso ufficiale del Genova, da non confondersi con il tenente Rodolfo Gattinara di Zubiena. Vittorio Arborio di Gattinara, poco più che ventenne, non poté essere inserito nel quadro degli ufficiali all’inizio delle ostilità. Raggiunse però quasi subito il Genova al fronte e dimostrò in quella campagna notevoli doti di valore militare.

 

Foto 1: i caduti del Genova Cavalleria nelle campagne del 1848, 1849 e 1866.

Foto 2, 3, 4, 5 e 6: i decorati del reggimento nelle campagne del 1848, 1849, 1859, 1860-61 e 1866.


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Gli ufficiali del Genova Cavalleria nelle campagne risorgimentali

Ogni organismo militare, nel suo insieme e nelle singole unità operative, ha nel senso di appartenenza e nello spirito di corpo uno dei maggiori punti di forza. La fedeltà allo stendardo, l’orgoglio delle proprie tradizioni e la fierezza di riconoscersi in un insieme di elementi condivisi, messi sovente a dura prova in situazioni estreme, come quelle dello scontro armato e della perdita in combattimento dei commilitoni, costituiscono un “sentire comune” che unisce graduati e soldati ben oltre le differenze di grado e di specializzazione. Ecco perché anche il Genova Cavalleria (4°) rappresenta nei suoi tre secoli abbondanti di vita un plesso inscindibile di uomini, esperienze e capacità, traendo dai singoli energie differenziate eppure tutte finalizzate, nel momento decisivo, verso uno scopo comune: un tempo le manovre in campo, le operazioni tattiche, la carica; oggi le missioni all’estero, il presidio protettivo delle infrastrutture e della logistica, gli aiuti umanitari. Questa identificazione comune non significa che il valore dei gradi e dell’ufficialità non sia rilevante. Sono gli ufficiali che hanno le responsabilità del comando e del raggiungimento degli obiettivi, che danno l’esempio e che, nei momenti più difficili, sanno sacrificarsi per i propri uomini. Che questo poi non succeda sempre, è questione di specifica inadeguatezza individuale, non di carenza del modello comportamentale generale. Gli ufficiali del Genova che nelle campagne di guerra del Risorgimento hanno condotto gli squadroni ed i reparti dei loro dragoni hanno dimostrato doti di guida e di coraggio ammirevoli, fornendo ai propri cavalieri un esempio impeccabile e costante, anche nelle circostanze più avverse e dolorose, guadagnandosi il rispetto e la considerazione degli uomini loro assegnati. Noi italiani dobbiamo essere fieri di loro ed operare perché il loro impegno e talvolta il loro estremo sacrificio non vengano oggi sminuiti dalla pochezza dei tempi e dalla volgarità di una certa politica di campanile. Gli ufficiali del Genova Cavalleria hanno sempre caricato il nemico per realizzare un’Italia libera, unita e indipendente, così come quelli del Nizza, del Piemonte Reale, del Savoia, del Novara, dell’Aosta, di tutti e trenta i reggimenti della Cavalleria. Il loro nome e il loro esempio restano scolpiti nella storia, a perenne monito di tutti gli avversari, presenti e futuri, esterni o interni, della nazione italiana, dei suoi confini e della sua bandiera.

 

Foto 1, 2, 3, 4, 5 e 6: i quadri dell’ufficialità nel reggimento Genova Cavalleria nelle campagne del 1848, 1849, 1859 e 1866, come da schede contenute nel volume del gen. Rodolfo Puletti “Genova Cavalleria”, Padova, Editore Giuseppe de Stefano, 1985.


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La cavalleria italiana

La cavalleria italiana ha origine dalle importanti tradizioni equestri militari degli stati preunitari, le quali a loro volta hanno radicamenti profondi nelle vicende europee dei secoli precedenti. Semplificando molto e volendo identificare il momento emblematico dell’origine della nostra cavalleria, si potrebbe indicare come punto di partenza la formazione in Piemonte, dopo l’ascesa al trono di Vittorio Amedeo II, dei primi reggimenti di dragoni costituiti tra il 1683 e il 1690, derivanti dalle precedenti compagnie di archibugieri a cavallo. Anche queste ultime erano in parte di origine italiana, essendo state introdotte in Europa dal fiorentino Pietro Strozzi, soprattutto in Francia a partire dalla metà del cinquecento. All’inizio i dragoni piemontesi non sono ancora una cavalleria vera e propria ma piuttosto reparti di fanteria montati a cavallo, che combattono anche a piedi. La cavalleria vera e propria viene istituita nel 1692 dallo stesso Vittorio Amedeo II, che ne potenzia la forza nei decenni successivi, consolidandone la struttura e definendone l’impiego nel modo più adatto ai tempi. In tal modo, la cavalleria passa da milizia temporanea e dipendente dai poteri feudali locali ad Arma militare vera e propria, avente carattere permanente e nazionale. Quasi tutte le caratteristiche della cavalleria sabauda passeranno poi, al termine del processo di unificazione nazionale, dall’esercito del Regno di Sardegna all’esercito del Regno d’Italia. Dei sette reggimenti creati da Vittorio Amedeo II più di tre secoli fa, quattro (Genova, Nizza, Piemonte, Savoia) ci sono ancora oggi, sia pure attraverso numerose trasformazioni. Dopo aver combattuto con successo nelle guerre di successione del diciottesimo secolo, con l’annessione del Piemonte alla Francia napoleonica questa cavalleria viene sciolta e parte del suo organico va a costituire alcune unità della cavalleria francese. Dopo la restaurazione, i reggimenti sabaudi si ricostituiscono. Le riforme operate da Carlo Alberto risultano molto innovative e valide anche in campo militare, dove la cavalleria viene riorganizzata a fondo e preparata alle impegnative guerre di indipendenza. Nel 1848 la prima campagna di guerra vede combattere i sei reggimenti Nizza (1°), Piemonte Reale (2°), Savoia (3°), Genova (4°), Lancieri di Novara (5°), Lancieri di Aosta (6°), che si distinguono per coraggio e valore sui campi di battaglia e si dimostrano tutt’altro che inferiori alla cavalleria austriaca, considerata sino a quel momento una delle due o tre migliori d’Europa. Sulla scorta dell’esperienza delle due campagne del 1848 e del 1849, la cavalleria piemontese viene portata nel 1850 a nove reggimenti, che vengono suddivisi in cavalleria di linea (Nizza, Piemonte Reale, Savoia, Genova) e cavalleria leggera (cinque reggimenti di cavalleggeri, dei quali due già esistenti, Novara e Aosta, e tre di nuova formazione, Saluzzo, Monferrato e Alessandria). Nel 1860, con il concorso della Lombardia e dell’Italia centrale, i reggimenti assommano a 17 (di nuova costituzione Milano, Lodi, Montebello, quindi Firenze, Vittorio Emanuele, Lucca, Ussari di Piacenza, Guide). Nell’ultimo quarto dell’ottocento si formano in Eritrea anche dei reparti di cavalleria coloniale. La stessa cosa avverrà dopo il 1911 in Libia. Si tratta soprattutto di formazioni di meharisti, spahi e savari. Alla vigilia della prima guerra mondiale la cavalleria italiana raggiunge il suo numero massimo di reggimenti. Sono trenta in tutto, dei quali dodici di dragoni e lancieri, diciotto di cavalleggeri. Tuttavia durante la guerra la cavalleria viene quasi completamente appiedata. Gran parte del suo personale è trasferito ad altre Armi e tra queste la nuova aviazione militare italiana. Molto interessante è l’aspetto del passaggio di molti ufficiali di cavalleria alla nuova Arma, la quale si forma in quel periodo con caratteristiche e valori che manifestano indubbie origini cavalleresche. Nel 1917 però, dopo la sconfitta di Caporetto, la cavalleria viene rimessa in sella per proteggere i reparti in ritirata a causa dell’offensiva austriaca, compito che l’Arma assolve eroicamente nelle due fondamentali battaglie del Tagliamento e di Pozzuolo del Friuli, perdendo sul campo un numero impressionante di uomini e di quadrupedi. La cavalleria montata resta poi impegnata nel 1918 per la strenua difesa della linea del Piave e per l’avanzata risolutiva di Vittorio Veneto. Dopo la guerra, la cavalleria viene progressivamente ridotta fino a dodici reggimenti ed inizia la sua meccanizzazione con la costituzione di reparti "celeri" e l'adozione di carri leggeri. Durante la seconda guerra mondiale le unità sono in parte a cavallo, in parte meccanizzate e corazzate. Va detto però che proprio le formazioni a cavallo sanno muoversi meglio nelle difficili condizioni ambientali della campagna di Russia e dello Scacchiere Nord in Africa. E’ in questi momenti che si verificano le ultime cariche di cavalleria della storia. Sono gli italiani, dopo aver iniziato con molto onore la tradizione della cavalleria europea con i Dragon Bleus di Vittorio Amedeo II, a concluderla con onore persino maggiore a Isbuscenskij (Russia, agosto 1942) da parte del Savoia ed a Poloy (Iugoslavia, ottobre 1942) da parte dei Cavalleggeri di Alessandria. E’ un italiano, Amedeo Guillet, già tenente del reggimento Guide, che in Eritrea nel 1941 rifiuta di arrendersi al nemico e continua a combattere alla testa del gruppo bande amhara a cavallo. Nel dopoguerra la cavalleria italiana viene quasi completamente meccanizzata. I mezzi blindati sostituiscono quasi del tutto i cavalli, che vengono mantenuti in numero molto limitato per motivi di rappresentanza o di carattere sportivo. Se ad inizio secolo parte degli ufficiali di cavalleria era passata all’aviazione, alla metà del novecento quasi tutti gli ufficiali e la truppa divengono carristi. L’Arma partecipa con i suoi mezzi corazzati a numerose missioni all'estero (Libano, Somalia, Bosnia, Albania, Macedonia). Ripetute ed incisive sono state le riorganizzazioni che hanno riguardato la nostra cavalleria negli ultimi decenni, con un ridimensionamento del numero dei reggimenti sino agli otto attuali (Nizza, Piemonte, Savoia, Genova, Lancieri di Novara, Lancieri di Aosta, Lancieri di Montebello, Guide). Tre reggimenti (Piemonte, Genova, Lancieri di Novara) compongono, insieme al reggimento Artiglieria a Cavallo “Voloire”, la Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” (la compongono anche i Lagunari ed il Genio Guastatori, che però non fanno strettamente parte dell’Arma di cavalleria). Ciascuno degli altri cinque reggimenti è inserito in una specifica brigata: Nizza nella “Taurinense” (Alpini), Savoia nella “Friuli” (Aeromobile), Lancieri di Aosta nella “Aosta” (Meccanizzata), Lancieri di Montebello nei “Granatieri di Sardegna” (Meccanizzata), Guide nella “Garibaldi” (Bersaglieri). Dal 1999 i carristi sono considerati come una specialità dell’Arma di cavalleria ed esiste quindi anche una cavalleria carristi, articolata su sei reggimenti, ciascuno inserito in una specifica brigata: sono il 1° Reggimento Corazzato ed i Reggimenti Carri 4°, 31°, 32°, 131°, 132°. La Scuola di Cavalleria ha oggi sede a Lecce, con compiti di formazione e specializzazione degli ufficiali, sottufficiali e volontari dell’Arma, fornendo corsi di aggiornamento in caso di servizio permanente o ferma prefissata. Il Centro Militare di Allevamento e Rifornimento Quadrupedi, noto anche come “Cemivet” (Centro Militare Veterinario), ha sede nel comune di Grosseto. Nella stessa sede ci sono la Scuola di mascalcia e la Scuola di formazione per il personale veterinario militare. A Montelibretti, presso Roma, c’è il Centro Militare di Equitazione, per la preparazione di cavalli e cavalieri delle forze armate, il coordinamento dell’addestramento ippico militare ed altre attività di equitazione. Da quasi un secolo esiste in Italia la Associazione Nazionale Arma di Cavalleria, alla quale possono appartenere coloro che prestano od hanno prestato servizio nell’Arma ed anche coloro che si sentono legati ad essa “da sentimenti di attaccamento e simpatia”. Il suo Presidente Nazionale è il generale di corpo d’armata Filiberto Cecchi. Si tratta di una associazione molto stimata, anche a livello internazionale, che tra le sue numerose iniziative pubblica una apprezzata Rivista di Cavalleria, diretta da Francesco Apicella. Il sito dell’associazione, ricco di informazioni per i ricercatori e gli storici della cavalleria italiana, è consultabile all’indirizzo www.assocavalleria.it. Il Museo Storico dell’Arma di Cavalleria ha sede a Pinerolo, in viale Giolitti 5. Vi sono custoditi, su 5.500 mq. di aree espositive, beni storici, cimeli militari e documenti di inestimabile valore per la storia della cavalleria italiana. Vi si trovano uniformi, armi, stendardi, trofei, quadri, stampe, bronzi, fotografie, bardature ed attrezzature equestri, modelli, mappe, scritti e testimonianze di grande importanza storica. Estremamente interessante è il suo Polo Culturale, formato dalla Biblioteca Storico-Militare e dalla Biblioteca del Cavallo, che conservano manoscritti ed opere a stampa a partire dal cinquecento sino ad oggi . L’indirizzo del sito del Museo è www.museocavalleria.it. Attraverso il sito è anche possibile effettuare la visita virtuale del Museo. Pinerolo è stata la città che ha ospitato dal 1849 al 1943 la Scuola di cavalleria, originariamente creata da Carlo Felice alla Venaria Reale. A Pinerolo il capitano Federico Caprilli rivoluzionò ai primi del novecento l’equitazione moderna, mettendo a punto ed insegnando il suo sistema di “equitazione naturale”, che suscitò l’ammirazione di tutto il mondo e che ancor oggi costituisce una delle basi fondamentali per la maggior parte delle attività equestri. La Scuola di Pinerolo, con il suo maneggio, poi intitolato a Federico Caprilli, il galoppatoio di Baudenasca, lo scivolo di Baldissero, il castello di Mombrone e gli altri terreni della sua tradizione equestre militare, ha costituito la “culla della cavalleria italiana moderna”. Questi luoghi rappresentano ancor oggi, per le loro memorie e per il loro significato storico nazionale, qualcosa di eccezionale valore per tutti i cavalieri italiani degni di questo nome.

 

Foto 1: schema sintetico riportante l’evoluzione storica della cavalleria italiana.

Foto 2: i distintivi dei trenta reggimenti di cavalleria.

Foto 3: la sede della Scuola di Pinerolo all’inizio del novecento, “luogo sacro” della cavalleria italiana.

Foto 4: il capitano Federico Caprilli (Livorno, 1868 – Torino, 1907), artefice del metodo di “equitazione naturale” e personaggio simbolo dell’epoca di massimo sviluppo della cavalleria europea.

Foto 5: lo stendardo del reggimento Savoia (3°), poi decorato con la medaglia d’oro al valore militare, sul terreno del combattimento di Quota 213,5 a Isbuscenskij, ottobre 1942 (in primo piano il suo 55° colonnello, conte Alessandro Bettoni Cazzago).

Foto 6: il tenente del reggimento Guide (19°) Amedeo Guillet, pluridecorato e chiamato dalle truppe coloniali italiane ed avversarie, per il suo coraggio in battaglia, Cummundar-as-Shaitan (“Comandante Diavolo”), capo carismatico del gruppo bande amhara a cavallo, Africa Orientale Italiana, Scacchiere Nord, 1940-1941 (dietro, nella parte di destra della foto, il tenente Renato Togni, medaglia d’oro al valore militare alla memoria, caduto nel 1941 insieme alla trentina di volontari amhara che aveva guidato a Cherù nell’eroica carica a cavallo contro i carri armati britannici, con la quale riuscì a bloccare l’avanzata nemica per il tempo necessario a mettere in salvo le colonne italiane accerchiate dai blindati e dai mezzi pesanti della Gazelle Force).

Documento 1: testo della nota informativa “Breve storia della cavalleria e altri scritti” di Francesco Apicella, Direttore della Rivista di Cavalleria, 2004 (edizione web 2007).


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Federico Caprilli

Federico Caprilli (Livorno, 1868 - Torino, 1907) visse in un periodo successivo a quello delle guerre per l’indipendenza italiana. Fu però, per educazione ed intendimenti, un vero e proprio “figlio del Risorgimento”. Più si studia la sua figura, più la stessa risulta emblematica di un mondo sorto da quel contesto di passioni, avventure e imprese risorgimentali che fecero della nostra penisola una nazione europea e che diedero a questa nuova Italia i propri tratti caratteriali distintivi, dei quali Caprilli è incarnazione compiuta. In un’Arma di cavalleria nella quale l’ufficialità era spesso rappresentata da cognomi usciti dai testi di araldica, Caprilli era un borghese. Per lui era quindi più difficile affermarsi in quel contesto (e lo fu: la nomina a maggiore, a lungo meritatamente attesa, stava arrivando solo nel momento in cui Caprilli venne a mancare) ma le sue capacità, la sua personalità, il suo stile erano tali da riuscire ad abbattere una buona parte delle difficoltà che incontravano gli ufficiali di cavalleria aventi un cognome iscritto non nel “libro d’oro” della nobiltà italiana ma solo nel registro anagrafico. Anche in questo il personaggio Caprilli è simbolo di un’Italia nata da un Risorgimento originariamente elitario ma fattosi poi, strada facendo, forse non proprio popolare, come spesso si sente asserire, ma sicuramente borghese, nel senso più solido ed affidabile del termine. Hobsbawn non pensava certo a Caprilli scrivendo del “trionfo della borghesia”, anche perché tra il 1848 e il 1875 i successi di Caprilli erano ancora da venire. Ma non va sottovalutato il fatto che il più grande cavaliere avuto dall’Italia, vissuto in quegli anni ancora in parte condizionati da titoli e blasoni, negli ambienti aristocratici di Pinerolo e di Tor di Quinto, fra le tradizioni reggimentali piemontesi e le mondanità romane, fosse un semplice borghese, figlio di un livornese e di una pisana, nato però, a tutti gli effetti, già italiano. Numerosi sono i testi che raccontano la vita di Caprilli e che descrivono il suo sistema di “equitazione naturale”. In poco più di un secolo sono stati pubblicati molti libri ed articoli che di Caprilli hanno trattato soprattutto, di volta in volta, gli aspetti biografici, gli elementi di tecnica equestre, i rapporti con la società del tempo, le relazioni sentimentali, le amicizie, i viaggi. Resta centrale, in questa vasta produzione editoriale, il rilievo indiscusso del suo nuovo modo di concepire, mettere in pratica ed insegnare l’equitazione, a partire da quella militare ma influenzando poi in modo incisivo la maggior parte delle sue forme ed espressioni, puntando su un rapporto tra l’uomo e il cavallo estremamente innovativo in senso tecnico ma al tempo stesso, per l’appunto, molto “naturale”. Uno dei libri più recenti dedicati a Federico Caprilli è “Le passioni del Dragone”, di Lucio Lami, pubblicato nel 2009 da Ugo Mursia Editore in Milano. Non ci si lasci raffreddare dal sottotitolo, “Cavalli e donne: Caprilli campione della Belle Époque”, che in effetti potrebbe scoraggiare dalla lettura molti cavalieri ed attirare i lettori attenti più alle cronache di costume che alla lunghezza degli staffili. In realtà, in questo volume la vita del capitano Caprilli viene raccontata attraverso una ricostruzione storica molto accurata, articolata nei vari capitoli con il giusto livello di sintesi e, dove opportuno, di approfondimento. Molto interessanti sono le testimonianze fotografiche a corredo dell’opera, alcune delle quali inedite. Le immagini qui riprodotte sono tratte da questa parte iconografica del libro. Dalle pagine di Lucio Lami emerge con chiarezza la vicenda di un uomo che ha segnato in modo indelebile la storia dell’equitazione, rivoluzionando radicalmente il modo di stare in sella ed iniziando un metodo che nel giro di pochi anni sarebbe stato adottato dalle cavallerie di tutto il mondo. Certo, tra le “passioni” di Caprilli ci furono anche quelle riguardanti molte bellezze femminili del tempo. Il fondatore dell’equitazione moderna non era solo un ufficiale capace di sfidare la consuetudine ma anche un irresistibile tombeur de femmes, con l’immancabile corredo di avventure estemporanee, conquiste altolocate, amori impossibili. Si rassegnino a questi brani che non trattano di assetto, impulso e ceduta tutti coloro che di Caprilli sono divenuti estimatori, oltre che nella pratica dell’equitazione di campagna, compulsando certi severi libri del canone caprilliano, partendo dalle più tradizionali “Regole di equitazione” di Cesare Paderni e passando attraverso testi come “Elementi di equitazione naturale” di Ruggero Ubertalli, “Scuola di cavalleria italiana” di Paolo Rodzanko, “Equitazione italiana” di Baldo Bacca e, soprattutto, il sempre valido, “Federico Caprilli - Vita e scritti” di Carlo Giubbilei, pubblicato più di un secolo fa ma ancor oggi fonte preziosa di informazioni e spiegazioni su Caprilli e sul suo sistema di equitazione (qualora non si possieda la versione originale stampata nel 1909, si consiglia l’edizione anastatica pubblicata nel 1976 da Edizioni Equestri oppure la successiva edizione del 1989, con prefazione di Mario Gennero ed una scelta di immagini fotografiche, pubblicata sempre da Edizioni Equestri). Può infatti essere utile, come fa Lucio Lami, collocare e descrivere Caprilli allargando il campo d’indagine al contesto della società di inizio secolo, quando un’intera epoca storica giunse al proprio apogeo ed, al tempo stesso, la cavalleria raggiunse il suo punto di massimo sviluppo. Furono gli anni, non privi in effetti di una spiccata mondanità, nei quali l’Europa seppe esprimere la sua maggiore forza politica e militare, appena prima di precipitare in un baratro di sciagure e di decadenza, nel quale anche la cavalleria, il cavaliere, il cavallo, con ciò che per secoli avevano rappresentato, caddero senza più potersi, almeno sino ad oggi, risollevare.

 

Foto 1: copertina del volume di Lucio Lami “Le passioni del Dragone”, Milano, Ugo Mursia Editore, 2009.

Foto 2: Federico (o Federigo, alla toscana) Caprilli, da poco promosso capitano e trasferito al Genova Cavalleria (4°) di stanza a Milano (prese allora servizio a Tradate come comandante del Secondo Squadrone).

Foto 3: Pinerolo, percorso del galoppatoio della Baudenasca, con tutta la sezione degli allievi allineata sul salto della siepe e Federico Caprilli, voltato, che controlla l’esecuzione dell’esercizio.

Foto 4: Pinerolo, percorso del galoppatoio della Baudenasca, con Federico Caprilli che guida al galoppo sugli ostacoli un gruppo di ufficiali italiani e stranieri (è una foto divenuta simbolica del periodo aureo della Scuola di Pinerolo, quando numerosi ufficiali stranieri erano ammessi, su richiesta loro o dei corpi militari di appartenenza, ai corsi di Caprilli sul nuovo metodo di “equitazione naturale”).

Foto 5: gli italiani dovrebbero ricordarsi che non hanno bisogno di ricorrere a certi modelli di equitazione d’importazione per parlare (o “sussurrare”) ai cavalli.

Foto 6: bassorilievo in morte di Federico Caprilli scolpito dallo scultore Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato, 1859 - La Loggia, 1933), che utilizzò come modello il calco in cera preso sul letto di morte del capitano (la lapide si trova sullo scalone della Scuola di Pinerolo).


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Al galoppo nel cielo

La nascita dell’aviazione è il risultato di un progresso tecnico molto avanzato e rappresenta l’avverarsi di uno dei sogni più antichi dell’umanità: il volo. Da sempre per il genere umano il volo ha avuto un significato, al tempo stesso, emotivo e scientifico, una valenza che comprende sia il mito di Icaro, sia gli studi di Leonardo. Da un lato la pulsione irresistibile verso l’avventura in territori aerei sconosciuti e sconfinati; dall’altro uno sforzo costante di creatività e sperimentazione per consentire la fattibilità di un’impresa così eccezionale. Alla fine dell’ottocento l’epoca dei motori è già iniziata. Dallo studio della motoristica stanno ormai derivando soluzioni tecnologiche aventi destinazioni funzionali molto differenziate. In Europa e negli Stati Uniti la produzione di motori si avvia ad assumere dimensioni industriali. I vantaggi derivanti dall’uso dell’energia prodotta dal motore diventano oggetto di verifica anche in campo militare, dove spesso nel corso della storia le invenzioni umane e le innovazioni scientifiche sono innanzitutto sperimentate per fini bellici, anticipando il loro successivo impiego in campo civile, come nel caso di Internet. I primi esperimenti di utilizzo del motore per il volo, la preparazione ancora artigianale dei prototipi, i tentativi iniziali di volo da parte di pochi coraggiosi piloti costituiscono una delle tappe più importanti del progresso della specie umana. All’inizio del novecento l’uomo conquista, per la prima volta, il cielo. Ed è una nazione ancora molto giovane, formatasi oltretutto in un arco temporale davvero breve, che stupisce la vecchia Europa ed il mondo intero con i suoi arditissimi piloti: l’Italia. Sono gli aviatori italiani che, in questo periodo, compiono evoluzioni e navigazioni aeree impensabili sino a pochi anni prima. Sono i tecnici italiani ad essere all’avanguardia nella costruzione dei velivoli e nella messa a punto dei motori. Ovviamente gli italiani non sono i soli ad essere presenti su questa nuova frontiera, che da scientifica e tecnologica si è fatta subito militare e bellica. Altre nazioni iniziano a dotarsi di campi volo, maestranze specializzate, velivoli e bravi piloti. La Francia e la Germania comprendono ben presto l’importanza che può assumere una vera e propria aviazione militare nazionale ed investono risorse notevoli nel suo sviluppo. Ma resta il fatto che all’inizio del ventesimo secolo l’Italia ha certamente un ruolo pionieristico nello sviluppo dell’aeronautica militare, le cui applicazioni faciliteranno poco dopo la creazione delle varie aeronautiche civili europee. E’ a questo punto che si manifesta, soprattutto in Italia ed in parte anche all’estero, qualcosa di estremamente interessante: molti dei nuovi piloti sono in realtà ufficiali di cavalleria. In Italia parecchi di loro provengono infatti dall’Arma alla quale, sino ad allora, erano state affidate la celerità della manovra, l’azione fulminea, la carica risolutiva. Questi primi aviatori hanno qualità umane, doti caratteriali, caratteristiche militari forgiate nello spirito e nelle tradizioni della cavalleria, un’Arma che in quel momento raggiunge, anche in Italia, il suo massimo sviluppo. Basti in proposito un nome, che per noi italiani tutto riassume: Francesco Baracca. Il cavallo è tra tutti l’animale più nobile, come già scriveva Raimondo Lullo nel suo “Libro dell’Ordine della Cavalleria”. Ed il cavallo può essere alato, come Pegaso. Non c’è quindi da stupirsi se Francesco Baracca e gli altri ufficiali di cavalleria scelgono i nuovi cavalli alati, muniti di motore, per proseguire idealmente la loro missione. Lo stesso Baracca ha come simbolo sul suo aereo un cavallo rampante, a significare una tradizione di cavalleria mai interrotta. Si tratta del cavallo che la famiglia Baracca consentirà ad Enzo Ferrari di riprodurre sulle sue automobili da corsa. Nella prima decade del secolo si compie questo passaggio di valori e di esperienze, dalle redini ai comandi meccanici. Per qualche tempo ci sono ufficiali che rischiano un certo impiccio in volo per voler tenere, in segno di appartenenza alla cavalleria e quindi come punto d’onore, gli speroni agli stivali. Sono gli anni del pieno fulgore della cavalleria, gli anni di Caprilli, della Scuola di Pinerolo, di Tor di Quinto, dei trenta reggimenti di cavalleria, punta di diamante dell’esercito italiano. E sono gli anni delle prime spericolate imprese della nostra aviazione, che vedono tra i protagonisti anche Gabriele D’Annunzio. Questo momento così importante della nostra storia nazionale è raccontato dal colonnello Maurizio Lanza e dalla studiosa Rosellina Piano in due opere dedicate a due assi della nostra prima aviazione militare: Gaspare Bolla e Giulio Palma di Cesnola. Attraverso la storia di questi due aviatori, è possibile rivivere proprio quel periodo nel quale la cavalleria tradizionale conferiva la propria impronta alla cavalleria dell’aria. La rigorosità della ricerca storica, la validità delle fonti in bibliografia, lo stile scorrevole e coinvolgente sono caratteristiche alle quali Maurizio Lanza e Rosellina Piano hanno da tempo abituato i propri lettori, per cui è superfluo sottolineare i meriti di questi due libri. Il primo volume è “Gaspare Bolla, ‘Cavaliere perdutissimo’ ”. Racconta la vita e le imprese di Gaspare Bolla (Pieveottoville, 1874 – Chiasiellis, 1915), già famoso come campione di equitazione, attivo come pilota militare nella guerra di Libia, protagonista di numerose azioni nei cieli della Tripolitania e della Cirenaica. All’inizio della prima guerra mondiale viene colpito durante una rischiosa missione sul Carso e precipita con il suo aereo. Gabriele D’Annunzio gli dedica un’epigrafe in occasione dell’intitolazione a suo nome, nel 1921, del Campo Volo di Cascina Costa, presso Gallarate. Il libro ha una prefazione di Lucio Lami ed è illustrato da numerose immagini, molto interessanti e spesso inedite. E’ stato pubblicato nell’aprile del 2010 da Umberto Soletti Editore, di Baldissero d’Alba. Il secondo volume è “Al galoppo nel cielo. Giulio Palma di Cesnola: tra Caprilli, Baracca e D’Annunzio nei cieli della Storia”. Ne è protagonista Giulio Palma di Cesnola (Torino, 1883 – Roma, 1975), che dopo l’esperienza nel reggimento Piemonte Reale (2°) passa all’aviazione e si distingue nella campagna di Libia. Combatte come pilota nella prima guerra mondiale, ricevendo numerose decorazioni al valore militare. Torna alla vita civile negli anni trenta a causa di divergenze con il ministro dell’aviazione Italo Balbo. Riprende servizio nel secondo dopoguerra, diventando uno dei padri dell’aviazione repubblicana italiana. La presentazione al testo è di Ferdinando Sobrero. Anche in questo caso l’opera contiene un ricco corredo iconografico. Il volume è stato pubblicato nel maggio del 2010, sempre da Umberto Soletti Editore. I due autori, appassionati ricercatori, hanno già pubblicato i volumi “Senza Dote” (Alzani, 2005), “Cavalleria” (Chiaromonte, 2007) e “In alto sulle loro colline. Pionieri ed Eroi del volo di Asti e Provincia” (Umberto Soletti Editore, 2009).

 

Foto 1: copertina del volume di Maurizio Lanza e Rosellina Piano “Gaspare Bolla, ‘Cavaliere perdutissimo’ ”, Baldissero d’Alba, Umberto Soletti Editore, 2010.

Foto 2: copertina del volume di Maurizio Lanza e Rosellina Piano “Al galoppo nel cielo. Giulio Palma di Cesnola: tra Caprilli, Baracca e D’Annunzio nei cieli della Storia”, Baldissero d’Alba, Umberto Soletti Editore, 2010.

Foto 3: Gaspare Bolla in tenuta di volo, davanti a un aereo Blériot.

Foto 4: Francesco Baracca accanto allo SPAD con cui ottenne le ultime sette vittorie.

Foto 5: una recente immagine di Maurizio Lanza e Rosellina Piano.


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Cento anni di equitazione militare italiana

Il 20 novembre 1891 viene istituito dall’esercito italiano il Distaccamento di Tor di Quinto, fatto rilevante per la nostra equitazione militare. Non si trattava certo di mettere in discussione il valore della Scuola di Pinerolo ma va detto che in quel momento il Ministero della Guerra aveva dovuto prendere atto dei risultati abbastanza deludenti delle prime competizioni equestri riservate agli ufficiali. La Scuola Normale di Cavalleria, nota come Scuola di Pinerolo, che solo nel 1910 assumerà la denominazione Scuola di Applicazione di Cavalleria, poi conservata fino al 1943, offriva una buona istruzione in maneggio ma non forniva sufficiente preparazione in campagna, come le effettive esigenze militari richiedevano. La scelta di Tor di Quinto fu molto felice, sia per l’ambiente della campagna romana, nella quale la tradizione dell’equitazione su terreni mossi e l’abitudine alle cacce a cavallo erano molto diffuse e ricche di stimoli per i militari, sia perché al primo corso, definito “complementare” e guidato dal marchese Luciano di Roccagiovine, parteciparono tra gli altri Federico Caprilli (classificatosi primo del corso) e Tancredi Bracorens di Savoiroux. Entrambi avrebbero messo a frutto questa esperienza per migliorare subito la loro pratica dell’equitazione e ritornare a Tor di Quinto tre anni dopo come istruttori. Savoiroux sarà un fautore di questo nuovo corso e un sostenitore di Caprilli ma non farà in tempo a partecipare allo sviluppo del metodo di equitazione naturale perché morirà nel 1896, a causa di una caduta da cavallo. Questa scelta di puntare sull’equitazione di campagna, non solo a Tor di Quinto ma poi, in poco tempo, anche a Pinerolo, con una pronta riforma dei programmi di questa Scuola, aveva radici importanti in precedenti tentativi, operati da alcuni lungimiranti istruttori pinerolesi, di portare le sezioni ad una maggiore confidenza con i terreni, i percorsi e gli ostacoli naturali. Il loro presupposto era che, per le manovre in campo aperto, per le operazioni di collegamento e persino per le cariche, l’addestramento dei cavalieri ed anche dei loro cavalli non potesse esaurirsi negli esercizi di maneggio. Sintomatico dell’esigenza di uscire da una vecchia concezione di equitazione di scuola fu il contrasto tra il maggiore Baralis, sostenitore delle figure di scuola come unica base per l’addestramento militare, ed il maestro di Caprilli, Cesare Paderni, che pur senza rinnegare nulla dell’equitazione di maneggio portava gli allievi in campo aperto, esercitandoli a muoversi nell’ambiente esterno, tra le innumerevoli situazioni che possono crearsi sui terreni più vari, nelle circostanze più imprevedibili. E’ da questi momenti di transizione e di estremo interesse per la storia dell’equitazione militare italiana che prende avvio il racconto di Giorgio Pugliaro, contenuto nel suo libro “Cento anni di equitazione militare italiana”. Realizzato in alcuni anni di ricerche e terminato nel 1991, edito a Roma dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito nel 1993, il volume aveva colto l’occasione del centenario dell’istituzione del Distaccamento di Tor di Quinto per tracciare, nell’arco del secolo successivo a quell’evento, la storia della nostra equitazione militare. L’opera contiene una storia di questa equitazione svolta soprattutto attraverso le immagini, ricavate da riproduzioni fotografiche in parte inedite. I sintetici brani di testo che accompagnano le immagini offrono al lettore le indicazioni necessarie per orientarsi tra i vari personaggi ed i diversi momenti storici di questo secolo di imprese militari e, da un certo punto in avanti, soprattutto sportive. La prima parte riguarda i “precaprilliani”, con immagini d’epoca che danno la misura di quanto la riforma caprilliana, condotta tra Pinerolo e Tor di Quinto ma anche nelle varie competizioni equestri europee, abbia significato di innovativo per la nostra equitazione nazionale. La parte riservata alla “età di Caprilli” fornisce un quadro preciso ed esaustivo di quel periodo, così fondamentale e decisivo per la storia dell’equitazione europea. Quasi due terzi del libro sono dedicati a “il ventennio tra le due guerre” e “il secondo dopoguerra”. La documentazione fotografica riferita a questi decenni è davvero ampia e significativa di come il metodo di equitazione naturale abbia consentito all’equitazione militare italiana, dal primo dopoguerra fino al termine degli anni ottanta, quando il racconto del volume si chiude, di progredire, ottenere successi e divenire per molto tempo un modello di riferimento per le altre scuole nazionali europee. L’avv. Giorgio Pugliaro, prima di dedicarsi alla professione civile, è stato ufficiale del reggimento Lancieri di Novara (5°) ed ha poi mantenuto stretti rapporti con l’Arma di cavalleria. Nella sua introduzione al volume fornisce una ricostruzione accurata ed estremamente illuminante di questi “cento anni di equitazione”, che meriterebbero di essere più conosciuti da parte del grande pubblico, in particolare da parte di coloro che praticano l’equitazione, sia come sport agonistico, sia come disciplina dell’equitazione di campagna, due modalità diverse eppure entrambe ancor oggi di notevole valenza formativa. Il libro ha una presentazione del generale di corpo d’armata Pietro Giannattasio, già Presidente dell’Associazione Nazionale Arma di Cavalleria. In questa presentazione il generale Giannattasio afferma: “E’ la storia del ‘sistema di equitazione naturale’, che ha un inizio difficile ma che travolge lo scetticismo e l’opposizione dei conservatori, con l’immediata concretezza dei risultati. Ed il ‘sistema’ non offre solo risultati sportivi. Come aveva giustamente previsto il capitano Caprilli, il ‘sistema’ era particolarmente utile per i soldati a cavallo, perché semplificava l’apprendimento dell’equitazione, facilitava l’andare in campagna, esaltava in pratica l’efficienza operativa dei reparti a cavallo”. “Colpiscono due aspetti di questa rievocazione. L’accento, giustamente posto dall’autore, sulla validità costante del ‘sistema’, esaltata fino ai nostri giorni dallo stile di monta di Piero D’Inzeo (la prefazione è scritta nel 1993, ndr). E l’esaltazione di quegli ufficiali che furono campioni nello sport ed eroi in guerra, proprio a dimostrare che le capacità sportive in equitazione non possono essere disgiunte da quei valori morali che costituiscono il patrimonio spirituale degli eroi: lo slancio, la generosità, la lealtà, la tenacia ed il senso del dovere”.

 

Foto 1: copertina del volume di Giorgio Pugliaro “Cento anni di equitazione militare italiana”, Roma, Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, 1993.

Foto 2: una sezione di cavalieri della Scuola di Pinerolo nella parte alta dell’abitato, mentre discende la scalinata in via Principi di Acaja.

Foto 3: Federico Caprilli, primo a destra, guida un gruppo di istruttori alla discesa del castello di Mombrone a Pinerolo, nel 1906.

Foto 4: Federico Caprilli in sella a Pouff, il cavallo delle grandi vittorie nei suoi ultimi mesi di vita (è la foto sulla copertina del libro di Giorgio Pugliaro).

Foto 5: la cavalleria italiana entra in Gorizia per corso Francesco Giuseppe, il 9 agosto 1916.

Foto 6: Pozzuolo del Friuli, monumento di Pietro da Verona ai caduti dei reggimenti Genova Cavalleria (4°) e Lancieri di Novara (5°).


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