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24 novembre 2011
Palazzo Donati

Il luogo si trova nella parte a mezzogiorno della ristretta spianata, di poco sopraelevata rispetto ai livelli circostanti, che a Crema racchiude la piazza centrale con la Cattedrale e il Municipio, qualche palazzo nobiliare e alcune vie e case molto antiche, ancora ordinate sulla geometria dell’originario castrum di tipo bizantino, in buona parte difeso da inaccessibili paludi ai tempi dell’invasione longobarda. E’ un luogo silenzioso, posto a poche decine di metri dalla Cattedrale, quello in cui oggi risiede Severina Donati, nota pittrice e artista, da anni appassionata di storia locale e, ovviamente, della storia di questo luogo, Palazzo Donati. Difficile dire quali edifici preesistessero alla costruzione attuale, nei secoli che vanno dalla guerra con Alboino a quella con il Barbarossa. Dopo la ricostruzione della città, seguita alla distruzione federiciana, probabilmente vi si trovavano strutture abitative non troppo elevate e piuttosto sobrie, simili alle altre poste in quel tempo su questa fascia sud del rialzo morfologico cittadino. Questi corpi di fabbrica si affacciavano su un declivio più pronunziato di quello attuale, verso le aree divenute oggi la piazza Trento e Trieste e la via Lucini, risultando nel complesso, fra il tredicesimo e il quindicesimo secolo, già allineati in una logica da antico schieramento oplitico, da destra (est) verso sinistra (ovest), in quattro blocchi edilizi, due maggiori e due minori, posti tra le attuali piazza Istria e Dalmazia e via Benzoni, richiamanti nella loro degradante forza di presidio il rispettivo rango, forse anche militare, degli occupanti. Il palazzo viene costruito tra la fine del quattrocento e l’inizio del cinquecento, all’interno del più orientale e più rilevante di questi squadrati perimetri. Appartiene ai Benzoni, che per edificarlo utilizzano spazi e demoliscono case già in loro proprietà, dopo più di un secolo nel quale il Comune di Crema, come molti altri in Lombardia, si è trasformato in una Signoria, piccola ma combattiva, quella appunto dei Benzoni. E’ una famiglia che rappresenta molto bene le stirpi signorili rinascimentali, sempre in guerra per affermare la propria volontà di conquista e la propria ambizione di dominio. Note sono le vicende di Socino Benzoni, da Agnadello a Montagnana, sino alla sua esecuzione a Padova. Nota anche la storia del suo discendente per parte di madre, Bernardino Visconti, l’Innominato del Manzoni, che tra la residenza di Bagnolo e questo palazzo di città trova spesso rifugio. L’edificio, dopo un periodo in cui resta in proprietà degli Scotti, passa nel settecento ai Martini. E’ una famiglia giunta da Firenze a Crema nel seicento, che originariamente commerciava mandrie di bestiame con i possidenti del luogo e con le autorità militari della Lombardia spagnola e della Terraferma veneta. I bovini erano destinati al consumo, i cavalli agli squadroni di cavalleria, come quelli dei Raìtri tedesco-spagnoli o dei Cappelletti veneti. In pochi decenni la famiglia diversifica e potenzia le proprie attività imprenditoriali, acquistando diversi palazzi in città e vaste proprietà fondiarie nel territorio circostante. Uno dei due rami in cui la famiglia si è divisa riesce nel settecento a nobilitarsi attraverso un decreto comitale della Serenissima e acquisisce una ricchezza che suscita a Crema le antipatie dei casati più antichi ma meno facoltosi. Il vecchio corpo di fabbrica dei Benzoni e degli Scotti viene radicalmente ristrutturato. L’originario impianto a “elle” viene completato con una nuova ala, che fa del complesso un “ferro di cavallo” dall’aria possente e tuttavia molto elegante. La corte interna diviene accessibile da un ingresso principale non più posto a settentrione ma a mezzodì, tra le due ali del palazzo, attraverso una maestosa cancellata. Da questa escono i “tiri a quattro” dei proprietari, che nell’ultimo periodo del governo di San Marco spettacolarizzano con feste sfarzose, banchetti sontuosi e cerimonie memorabili la loro primazia di censo e il loro rango comitale, recepito nel consiglio nobiliare cittadino dopo la vana resistenza di alcune famiglie locali che rinfacciano loro l’origine mercantile. La chiesa domenicana di San Pietro Martire, oggi Teatro San Domenico, fa da quinta privilegiata al palazzo e diviene luogo di culto e di battesimo per la famiglia, che mantiene ottimi rapporti con l’Inquisitore vicino di casa. Gli spazi antistanti non sono ancora ingombrati dalla mole estranea e goffa del mercato austriaco, edificato in pieno Risorgimento, appena prima del quarantotto, grazie alla zelante opera dei Podestà cremaschi “Imperial Regi Ciambellani”, mole che ancor oggi si contrappone, architettonicamente ma anche emblematicamente, al palazzo. All’inizio del novecento un inopportuno intervento edile porta alla costruzione di un corpo di fabbrica che salda tra loro le due ali e chiude la corte, dando ancor oggi prova di quanto una certa bétise architettonica locale abbia secolari radici. Nel 1932 la famiglia Donati acquisisce l’antica magione e Palazzo Benzoni, poi Scotti, poi Martini, diventa Palazzo Donati, attualmente uno degli edifici più importanti e al tempo stesso meno conosciuti di Crema.

 

Foto 1: Francesco Hayez, Ritratto dell’Innominato, 1845 circa, olio su tela, cm 108 x 63, collezione privata (in realtà, Hayez si discostò per alcuni aspetti dalla descrizione dell’Innominato fatta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi, che ad esempio aveva i capelli bianchi).

Documento 1: il fascicolo informativo curato da Severina Donati sul Palazzo Donati di Crema nel 1998, con la collaborazione del fotografo Francesco Anselmi.


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24 novembre 2011
Pietro Donati

Uno degli avi di Severina Donati fu il patriota Pietro Donati, che pur non combattendo direttamente sui campi di battaglia del Risorgimento si adoperò fattivamente per diffondere a Crema i sentimenti più vivi di italianità e per consolidare nel nostro territorio il senso della nuova coscienza nazionale. Avvocato e giurisperito molto apprezzato, più volte deputato nel nuovo parlamento italiano, fu coinvolto nelle lotte politiche che si svilupparono a Crema dopo l’unità, caratterizzate da accesi confronti e aspre polemiche, trovandosi spesso sbarrata la strada verso Torino, poi verso Firenze, proprio dal conte Enrico Martini, suo avversario in vari scontri elettorali. Contrariamente a quanto avvenne in altre situazioni, nelle quali a Crema la battaglia per le urne implicò divisioni personali e familiari insanabili, nel caso di Pietro Donati e di Enrico Martini la contesa politica fu sempre ricondotta nell’ambito di una reciproca stima e di un profondo rispetto, tali da evitare le indecorose esternazioni pubbliche, anche a mezzo stampa, tipiche delle campagne elettorali di altri candidati. Ciò avvenne, probabilmente, in quanto entrambi erano stati, da sempre, per scelta personale ma anche per tradizione familiare, accomunati da un indiscusso amor di patria. Pietro Donati non millantò, nel cinquantanove, improvvisi sentimenti di esibita italianità, dopo un passato da volonteroso austriacante, essendosi invece manifestato sin dalla giovane età un sincero patriota. Inoltre, pur non rinnegando mai la propria devozione religiosa, Pietro Donati non si prestò alle operazioni del partito clericale conservatore gradito alla corte antonelliana che, nella Lombardia fattasi terreno di scontro tra determinati poteri dopo lo sgombero austriaco, metteva in campo tutti i suoi onori e devozioni per contrastare l’affermazione elettorale dei venerabili vincitori. Questa facoltà di distinguere l’animosità del confronto politico dal rispetto dovuto agli avversari emerge con chiarezza in due lettere indirizzate, la prima, da Enrico Martini a Pietro Donati e, la seconda, da Pietro Donati a Emilia Martini Taverna. Va detto che, dopo la morte di Enrico Martini, le cose non andarono proprio come ipotizzato in questa corrispondenza. Fu Luigi Griffini, infatti, a cogliere certe opportunità.

 

Foto 1: il busto commemorativo di Pietro Donati, posto sotto i portici del palazzo comunale di Crema, opera dello scultore Francesco Barzaghi, autore anche dei monumenti a Vittorio Emanuele II ed a Giuseppe Garibaldi a Crema.

Foto 2: il profilo biografico di Pietro Donati contenuto nell’opera di Telesforo Sarti “Il Parlamento Subalpino e Nazionale”, Roma, Tipografia Pintucci, edizione 1896.

Foto 3: il frontespizio di quest’edizione 1896 dell’opera del Sarti (si consiglia anche la consultazione dell’edizione del 1880, per la ricca parte informativa generale posta all’inizio del volume).

Documento 1: la lettera di Enrico Martini a Pietro Donati, conservata nell’Archivio Enrico Martini, presso il Museo del Risorgimento di Milano.

Documento 2: la lettera di Pietro Donati a Emilia Martini Taverna, anch’essa conservata nell’Archivio Enrico Martini, presso il Museo del Risorgimento di Milano.


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