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Garibaldi in cinque libri

La figura di Giuseppe Garibaldi ha ispirato numerosissime biografie, in Italia e all’estero. Solo nell’ultimo mezzo secolo la produzione editoriale su questo personaggio o su aspetti specifici delle sua vita è stata davvero rilevante, per quantità ed anche per varietà di giudizi e di interpretazioni storiche. Opinioni disparatissime e spesso contrastanti caratterizzano la storiografia su Garibaldi. Negli ultimi decenni sono state scritte opere che, pur nella loro diversità, si sono sforzate di superare l’oleografia tradizionale e di puntare su una rappresentazione della sua vita meno convenzionale e, soprattutto, di sicura presa sul grande pubblico. Se ne danno di seguito alcuni esempi ritenuti significativi, senza nulla togliere agli altri innumerevoli libri dedicati all’eroe dei due mondi, basandosi dove possibile, nella riproduzione delle copertine delle opere citate, sulle edizioni economiche in commercio, al fine di facilitare eventuali approfondimenti.

1)  Denis Mack Smith, Garibaldi (titolo originale: Garibaldi. A Great Life in Brief).

Uscito nel 1956, presto tradotto e pubblicato in molti paesi, tra i quali l’Italia, questo libro ha costituito un passo importante nel superamento di una certa agiografia di maniera su Garibaldi. E’ stato definito un testo che risente un po’ troppo del fatto di essere stato scritto da un autore inglese su un personaggio italiano. Il Garibaldi che ne esce è alquanto diverso da quello codificato, da molto tempo, nelle sue “Memorie”. Il Garibaldi di Denis Mack Smith è un marinaio e un soldato, appassionato agricoltore, profondo conoscitore dell’animo umano, stravagante cultore di fisica, matematica, storia e poesia. E’ un uomo diverso dallo stilizzato eroe nazionale sino ad allora studiato dagli italiani sui banchi di scuola. L’autore descrive un personaggio a tratti contraddittorio, amabile e affascinante, di trasparente onestà, apprezzato dalla gente in quanto incarnazione visibile dell’uomo comune, dotato di un coraggio indomito e munito di un corredo di vizi non inferiori alle virtù. Un profilo di sicuro richiamo per i lettori, disincantato quel tanto da rendersi stimolante e credibile, senza però intaccare mai la sostanza dei meriti patriottici e del valore storico di Garibaldi.

2)  Indro Montanelli e Marco Nozza, Garibaldi.

In ambito nazionale, dopo la biografia anticonvenzionale di Denis Mack Smith, arriva nel 1963 questo celeberrimo ritratto di Garibaldi, con il tipico taglio giornalistico che anticipa la successiva produzione di Montanelli sulla storia d’Italia. Dichiaratamente antiaccademica e antiprofessorale, l’opera gioca la carta divulgativa in modo accattivante e piuttosto insistito, gratificando gli autori, attraverso utilissime polemiche, con un notevole successo popolare. Si apre così per Montanelli la via della storia raccontata al “grande pubblico” in “modo semplice e chiaro”, sottratta ai “cieli astratti della mitologia”. E’ indubbiamente un libro scritto bene, che si legge volentieri, caratterizzato da un costante brio narrativo, pervaso d’ironia, con il gusto della battuta e dell’aneddoto, gusto che Montanelli riuscirà quasi sempre a contenere, anche nei decenni a venire, entro i limiti del rispetto delle fonti e del rigore storiografico. Contrariamente ad alcuni suoi epigoni, Montanelli riesce infatti a non essere sempre, per forza, spiritoso a tutti i costi. Garibaldi si manifesta in queste pagine come un condottiero spregiudicato e benvoluto dalla fortuna, un paladino della libertà, un acerrimo nemico delle manovre sotterranee e dei giochi di corridoio dei politici di professione. Vale a dire una figura molto in linea con lo schema comportamentale dell’uomo anticonformista, non condizionato dal potere ufficiale, nel quale Montanelli si riconosce da sempre e che diventerà negli anni successivi il suo esibito modello attitudinale.

3)  Guido Gerosa, Garibaldi.

Un libro interessante, anche in quanto sintomatico di uno scenario culturale e politico apparentemente superato ma con persistenze intellettuali ancora riemergenti in certe recenti iniziative editoriali o cinematografiche. Il volume è pubblicato nel 1986 dalla ERI, Edizioni RAI Radiotelevisione Italiana. L’autore racconta, con un approccio prettamente romanzesco, “una delle vite più avventurose e generose mai esistite in tutto il mondo”. In fondo al volume ci sono numerose immagini a colori tratte da “Il Generale”, il film di Luigi Magni per la televisione italiana, con un soggetto scritto insieme ad Arrigo Petacco, interpretato, tra gli altri, da Franco Nero nel ruolo del nizzardo. Garibaldi è “il cavaliere dell’umanità, l’eroe dei due mondi, il profeta, il santo, il Robin Hood in camicia rossa, il riscattatore degli oppressi”. Si vuole, con questo libro, “togliere del tutto il personaggio alla polvere accademica e renderlo vivo e umano alla gente”. Siamo negli anni in cui, nei discorsi politici e in talune citazioni bibliografiche (ad esempio, in questo testo si cita il Garibaldi di Pietro Nenni, del 1961), si cerca di accreditare l’idea di un Risorgimento ispirato, nella sua parte migliore, non dai Cavour e dai monarchici liberali bensì dai Mazzini e dai Cattaneo, insomma dalla parte repubblicana, enfatizzando le minoranze socialisteggianti alla Pisacane e lasciando persino intendere che l’anima risorgimentale più vera sia stata proprio quella socialista, tradita alla fine dall’esito piemontese e sabaudo del processo unitario. Ecco dunque il carismatico Garibaldi di Gerosa, allora vicedirettore de “Il Giorno”, ecco l’eroe messianicamente democratico e popolare, in un crescendo scandito negli anni ottanta da convegni, mostre, pubblicazioni e dibattiti tesi a saldare Garibaldi con la Milano craxiana e pillitteriana, oltre che con le istituzioni, la stampa e gli apparati, anche radiotelevisivi, in quota alla nomenclatura socialista nazionale. Come si è detto, ancor oggi si pubblicano libri e si realizzano film (“Noi credevamo”) posti su questa lunghezza d’onda, a riprova di quanto le tentazioni di quello che è stato definito come il “Risorgimento demagogico” stentino ad esaurirsi. Infine, un particolare non trascurabile: la Prefazione di questo libro è scritta da Bettino Craxi.

4)  Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi.

Pubblicato nel 2002, questo è un libro contro Garibaldi, contro il Risorgimento e contro l’Italia che nacque centocinquanta anni fa. Pappalardo esprime il punto di vista di tutti coloro che ancor oggi vedono nel Risorgimento un processo formativo istituzionale basato su una lacerante contrapposizione della classe dirigente liberale verso la religione cattolica e le sue gerarchie ecclesiali. E’ un’opinione che porta a considerare Garibaldi, in quanto personaggio simbolo della nuova Italia laica e massonica, “un avventuriero al servizio della Rivoluzione italiana”. Per Pappalardo, a differenza di quanto sostengono le sue epiche biografie, il ruolo del giovane Garibaldi nella sollevazione di Genova contro i Savoia fu poco più che marginale. E le imprese militari in Sudamerica, che lo consacrarono paladino della libertà e dell’indipendenza degli oppressi, furono in realtà leggende esotiche, abilmente costruite da pubblicisti al servizio delle frange rivoluzionarie. Non diversa origine ebbe la mitica spedizione dei Mille. Al nascente popolo italiano serviva un eroe e Garibaldi si prestava magnificamente allo scopo. Nessuna ardua impresa militare: a Marsala l’esercito garibaldino trovò la strada spianata da un piano congegnato dalle logge massoniche, che mirava alla conquista del Regno delle Due Sicilie e alla distruzione dello Stato Pontificio. Le nazioni protestanti del nord Europa, Gran Bretagna in testa, favorirono la nostra vicenda risorgimentale per annullare il potere temporale papale, così da poter poi cancellare nella coscienza popolare anche il potere spirituale della Chiesa cattolica. Il mito risorgimentale è stato quanto di più, in Italia, si è avvicinato alle categorie della religione civile, intesa a soppiantare l’insegnamento cattolico. E va detto che davvero per poco la classe politica liberale non riuscì in questo intento, fermata solo dalle necessità fasciste di rassicurazione popolare e quindi dai cedimenti concordatari tipici delle dittature, palesi o striscianti, ansiose di facili pacificazioni sociali sui temi etici per poter avere mano libera in materie più prosaiche. Garibaldi ha incarnato quant’altri mai questo credo laico anticattolico e rappresenta dunque, ancor oggi, un esempio estremamente negativo per tutti coloro che, come Pappalardo e come molti altri esponenti e militanti di Alleanza Cattolica, intendono difendere la propria fede contro gli attacchi del potere laico e vogliono contrastare la negativa influenza della massoneria. Un testo molto schierato ed a tratti fortemente provocatorio ma sempre stringente nelle argomentazioni e scritto con indubbia abilità narrativa.

5)  Lucy Riall, L’invenzione di un eroe (titolo originale: Garibaldi. Invention of a Hero).

Un bel libro, che può fare un po’ male a noi italiani ma che in fondo non toglie nulla a Garibaldi, al Risorgimento e all’Italia, aiutandoci anzi a comprendere meglio la drammaticità del processo storico attraverso il quale siamo riusciti a diventare in pochissimo tempo una realtà nazionale di prim’ordine nel contesto europeo. Era un uomo fuori dell’ordinario, Giuseppe Garibaldi: combattente coraggioso, rivoluzionario entusiasta, idealista che non si lasciò mai corrompere dal successo e dalla fama, personaggio tra i più apprezzati ed amati del suo tempo, in tutto il mondo e dalle genti più diverse. Da morto, il potere lo trasformò in un mito, in un “santo laico” da utilizzare per suscitare il consenso e l’entusiasmo delle masse popolari. Con ogni mezzo. Questa è l’impostazione dell’opera di Lucy Riall, pubblicata nel 2007, che in circa seicento documentatissime pagine ci spiega in che modo Garibaldi divenne un eroe, anzi l’eroe nazionale per antonomasia, quando lo divenne e, soprattutto, perché. E’ il racconto del primo emblematico caso di creazione pubblica, su scala mondiale, di un eroe, concepito, costruito e promosso per divenire un simbolo. Il culto della sua figura venne ufficializzato per trasformare il Risorgimento in un “luogo della memoria” e per dare agli italiani una educazione politica che avrebbe dovuto contrastare la tradizionale fedeltà verso gli antichi regimi e, soprattutto, verso la Chiesa cattolica. Perché se, da un lato, in quegli anni formidabili, dopo aver “fatto l’Italia”, gli italiani restarono “da fare”, in quanto non ancora “fatti” del tutto e subito, per riprendere una delle frasi ad effetto del sempre facondo d’Azeglio, dall’altro lato risulta evidente che la nostra identità nazionale e il nostro senso di appartenenza alle istituzioni statali furono subito costruiti, in modo fattivo ed efficace, intorno ai fatti ed ai personaggi delle guerre di indipendenza, dell’impresa dei Mille e delle vicende più rappresentative del nostro sorgere a nazione. Il che costituisce cosa più che legittima e giustificata, al pari di quanto avvenne in tutti i processi formativi nazionali europei negli ultimi secoli. Il controllo della memoria di Garibaldi fu fondamentale per questa visione laica e monarchica dell’identità nazionale italiana. La promozione dell’immagine di Garibaldi, che per un certo periodo fu posto, non a caso, a capo della massoneria italiana, venne perseguita incessantemente dal governo centrale ma anche da quasi tutti i consigli comunali italiani, che crearono in suo onore monumenti e spazi commemorativi intesi ad onorare questo eccezionale simbolo sacro dell’Italia laica. Garibaldi non contribuì soltanto, da vivo, a fare l’Italia ma anche, ormai scomparso, a rendere convincente la stessa idea di “Italia”, sia dentro che fuori i nostri confini nazionali, allora e ancor oggi, come il 150° anniversario della nostra unità nazionale ha dimostrato in modo evidente.

 

Foto 1: copertina del libro “Garibaldi”, di Denis Mack Smith.

Foto 2: copertina del libro “Garibaldi”, di Indro Montalelli e Marco Nozza.

Foto 3: copertina del libro “Il Generale”, di Guido Gerosa.

Foto 4: copertina del libro “Il mito di Garibaldi”, di Francesco Pappalardo.

Foto 5: copertina del libro “Garibaldi. L’invenzione di un eroe”, di Lucy Riall.


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