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14 maggio 2012
L'Italia: una nazione fatta dai cattolici o contro i cattolici?

Il tema centrale del convegno è stato il ruolo fondamentale della tradizione cristiana e cattolica nel fare l’Italia e gli italiani. Argomento notoriamente spinoso, tanto controverso quanto, per ciò stesso, trattato con sempre maggiore insistenza da punti di vista spesso antitetici nel corso delle recenti celebrazioni del 150° anniversario dell’unità e dell’indipendenza dell’Italia, ripreso in questo contesto in senso ovviamente cattolico e conciliativo. La tesi sviluppata dai vari interventi dei relatori, organicamente intesi a privilegiare i momenti di condivisione rispetto a quelli di divisione tra i cattolici e il nuovo stato italiano nato dal Risorgimento, è stata quella di un processo formativo statuale italiano caratterizzato a tratti da innegabili contrasti a determinati livelli ufficiali e tuttavia contraddistinto da una osmosi di relazioni, magari sotto traccia e comunque mai interrotte, tra la generalità dei cattolici e la nuova realtà istituzionale in via di affermazione. Chiara l’origine del concetto: nel centocinquantenario da poco trascorso, Benedetto XVI aveva scritto a Giorgio Napolitano che, anche se “il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa e al cattolicesimo”, ciò nonostante “il Cristianesimo ha dato il suo contributo in maniera fondamentale attraverso l’opera della Chiesa, delle sue istituzioni educative ed assistenziali, fissando modelli di comportamento, configurazioni istituzionali, rapporti sociali; ma anche mediante una ricchissima attività artistica: la letteratura, la pittura, la scultura, l’architettura, la musica”. Un filo conduttore ripreso anche nell’intervento di Dionigi Tettamanzi in questo convegno, che ha richiamato “il ruolo tuttora operante della tradizione cristiana nella realtà capillare e profonda del paese”, nel quale i cattolici sono “una risorsa anche oggi preziosa per cercare insieme un futuro comune che sia risposta pronta e coraggiosa alle tante attese di questo momento storico”. A questa linea interpretativa del nostro Risorgimento, in particolare riguardo al tema dei rapporti tra la Chiesa di allora e il nuovo Stato italiano, si è anche attenuto, pur con qualche cautela e talvolta con sfumate precisazioni, Giorgio Napolitano nel corso degli ultimi anni e segnatamente durante le celebrazioni del 150° anniversario, certamente per convinzione e ponderato giudizio ma probabilmente anche in ragione di un contesto istituzionale, sociale e culturale, quello dell’Italia di oggi, nel quale i festeggiamenti del 150° andavano opportunamente coniugati a logiche bilaterali di mutuo riconoscimento, di reciproca rassicurazione e di generale, manifesto ed opportuno consenso. Del resto, il Capo dello Stato ha seguito in ciò l’impostazione già data a questa materia, peraltro potenzialmente assai critica, dal suo predecessore al Quirinale: non va dimenticato quanto Carlo Azeglio Ciampi abbia contribuito, durante il suo settennato, non solo a ridare agli italiani il giusto senso di patria, di bandiera e di appartenenza nazionale, ma anche a tracciare un tragitto sicuro e ben protetto di rivalutazione del nostro processo risorgimentale, evitando controproducenti derive anticattoliche e puntando pragmaticamente sul massimo della collaborazione con la Chiesa di oggi, a prescindere dalle trascorse contrapposizioni con la Chiesa del non expedit e delle scomuniche generalizzate nei confronti della classe politica italiana del tempo. Anche alla luce di tali logiche bilaterali, la presenza del Presidente della Repubblica all’inaugurazione di questo convegno rappresenta in modo emblematico il punto di arrivo di un percorso comune, da parte della Chiesa di Joseph Ratzinger e dell’Italia di Giorgio Napolitano, riguardo alle celebrazioni del centocinquantenario, percorso iniziato a Roma con la partecipazione del cardinale Tarcisio Bertone, insieme al sindaco Giorgio Alemanno, alla commemorazione del centoquarantesimo anniversario della presa di Porta Pia, il 20 settembre del 2010. Davvero interessante, anche se certamente non nuova, la soluzione storiografica attraverso la quale questo meccanismo di sottolineatura degli elementi di condivisione tra il cattolicesimo e la nuova nazione italiana, nonché di ridimensionamento degli elementi di divisione tra gli stessi soggetti, è stato esplicitato nel corso del convegno. Ad esempio, sin dal momento dell’apertura, l’intervento di Angelo Bianchi ha sottolineato come occorra evitare di guardare solo al periodo finale della nostra formazione statuale nazionale, quello nel quale si sono manifestate le situazioni di maggiore opposizione da parte della Chiesa. Così Bianchi: “L’unità italiana non è solo un fatto politico, non è il frutto di quel conflitto politico ma ha radici più profonde, che affondano nella tradizione storica, letteraria, artistica e religiosa del paese e che ne costituiscono i caratteri distintivi e gli elementi decisivi”. Ancora ad esempio, nel corso di un altro degli interventi, quello di Agostino Giovagnoli, è stata ulteriormente rimarcata l’idea di un Risorgimento italiano forse a volte in polemica con il magistero della Chiesa ma in ogni caso frutto di una evoluzione secolare verso il compimento di una realtà nazionale, quella italiana, che parte da molto lontano e che non si esaurisce certo nei pochi decenni, quelli considerati in genere come risorgimentali, nei quali quella polemica si è manifestata. Come dire che l’Italia di oggi esiste grazie a secoli di sforzi da parte di soggetti, come ad esempio, anzi soprattutto, la Chiesa cattolica, che ne hanno sviluppato il substrato, consentito la crescita e favorito la finale affermazione nel periodo ottocentesco. In pratica, il messaggio è: stiamo attenti a celebrare solo certi personaggi del Risorgimento come se fossero quelli decisivi ai fini dell’unità e dell’indipendenza dell’Italia, visto che ben altri sono i contributi ed i meriti da considerare. Così Giovagnoli: “L’unità d’Italia proclamata il 17 marzo 1861, insomma, non fu un evento isolato ma il punto d’arrivo di un processo secolare; non costituì una vicenda solo politico-istituzionale ma la conclusione di un movimento storico ricco di aspetti culturali, letterari, filosofici e artistici, molti dei quali influenzati dalla tradizione cristiana”. In effetti, i relatori del convegno, tutti docenti della Facoltà di Lettere e Filosofia della Cattolica, ad eccezione di Francesco Traniello, hanno trattato non solo differenti tematiche ma anche diversi periodi storici, analizzati lungo l’arco di un percorso che è partito dall’Italia romana ed è giunto fino ai nostri giorni, proprio a riprova della necessità di spiegare l’Italia e gli italiani in uno scenario estremamente ampio e il meno possibile ancorato ai soli fatti e personaggi del periodo tradizionalmente definito come risorgimentale. Soluzione storiografica, come si diceva, molto interessante, anche a prescindere dalla abbondante letteratura, favorevole o contraria, ad essa relativa, prodotta in un secolo e mezzo di dispute tra gli studiosi, riguardanti proprio questo tema dell’allargamento, debito od indebito che sia, delle prospettive interpretative del nostro Risorgimento. L’interesse suscitato da questa impostazione non deriva infatti dalla sua maggiore o minore credibilità, da lasciare a una dottrina che sul punto è fortemente divisa, ma dalla sua utile applicazione, in questo convegno, alla vexata quaestio dei rapporti tra l’essere cattolici e l’essere italiani. Più si considera l’Italia opera della dirigenza liberale risorgimentale e dei sui esponenti in campo politico, militare, diplomatico e culturale, più diventa difficile ignorare certe dinamiche conflittuali. Più invece si considerano Cavour, Vittorio Emanuele II e Garibaldi solo come gli ultimi arrivati, dopo secoli, se non millenni, di fattiva edificazione della nazionalità italiana ad opera di altri soggetti storici e religiosi, a partire da Augusto ed Agilulfo e quindi lungo la direttrice istituzionale e culturale cattolica, più diventa facile considerare il Sillabo come una momentanea incomprensione dell'ultima ora. Non si può che ammirare questa unità di intenti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica di oggi, premessa forse non sufficiente ma certamente necessaria verso una pacificazione storica compiuta nel segno del reciproco rispetto e nell’interesse del nostro futuro, al tempo stesso, di italiani e di cattolici.

 

Foto 1: il Presidente della Repubblica assiste agli interventi della prima sessione del convegno, con alla sua destra Lorenzo Ornaghi e Piero Giarda.

Foto 2: Angelo Bianchi mentre svolge la sua introduzione.

Foto 3: Francesco Traniello durante il suo intervento.

Foto 4: Agostino Giovagnoli mentre espone la relazione conclusiva di questa prima sessione.

Foto 5: il Capo dello Stato percorre uno dei due chiostri interni della Cattolica con Franco Anelli e Lorenzo Ornaghi.

Foto 6: Giorgio Napolitano con Dionigi Tettamanzi, Piero Giarda, Tiziano Treu e Roberto Formigoni.

Documento 1: la relazione di Andrea Riccardi, “Il contributo dei cattolici all’unità italiana”.

Documento 2: la relazione di Francesco Traniello, “I cattolici tra nazione e Stato nazionale”.

Documento 3: la relazione di Agostino Giovagnoli “Il contributo dei cattolici all’unità d’Italia”.


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