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15 settembre 2012
Una lotta elettorale senza esclusione di colpi

I lavori del convegno hanno documentato un aspetto rilevante dei conflitti politici avvenuti nel biennio 1860-1861 nei territori di Brescia, Bergamo e Crema. L’iniziativa ha infatti analizzato le battaglie elettorali tra gli esponenti delle formazioni liberali e laiche, in sintonia con la dirigenza politica torinese, e quelli del partito conservatore e clericale, espressione di un ceto per decenni ligio all’Austria e sensibile alle sollecitazioni della gerarchia ecclesiastica. Il campo d’indagine è stato quello dei collegi elettorali delle antiche province di Terraferma veneta, oggi corrispondenti al territorio bresciano, bergamasco e cremasco. Non sono state prese in considerazione le realtà del lodigiano e del cremonese, caratterizzate in quegli anni da dinamiche elettorali meno esemplificative delle contrapposizioni esistenti, a livello nazionale, tra i poteri forti del liberalesimo laico e del conservatorismo cattolico. Nel corso della sessione mattutina, sono state innanzitutto illustrate le direttrici dell’azione politica intrapresa dalla compagine governativa torinese in Lombardia, anche con l’appoggio dell’intelligence piemontese, facente capo alle competenti strutture ministeriali, attiva già prima della guerra attraverso contatti personali nei centri lombardi più filosabaudi. Brescia, Bergamo e Crema, già capisaldi albertisti nel 1848, sono importanti centri di irradiazione di queste operazioni. Ne è esempio la cena del capodanno 1859 a Crema, da cui nasce pochi mesi dopo il Circolo Patrio in casa Giavarina, oggi casa Olmo. Analoghe entrature sono assicurate a Brescia (la loggia Cenomana è fondata nel 1860, poi seguirà la loggia Arnaldo) e a Bergamo (dove sarà fondata la loggia Unione). Tra Plombières e Villafranca, si fa frequente l’andirivieni di inviati d’affari che agiscono a supporto dei circoli liberali già esistenti o in via di rapida costituzione. Questa azione mira a organizzare i futuri gruppi di pressione vicini alla politica dei ministeri della destra moderata, per rompere il fronte costituito da quel ceto lombardo di nobili e possidenti gratificato per decenni dall’Austria e ora in una posizione di malcelata resistenza nei confronti del nuovo Stato in via di formazione. Sono numerose le famiglie, a Brescia, Bergamo e Crema, che hanno dato all’aquila bicipite podestà e altri funzionari pubblici e che faticano ora a virare con la dovuta velocità (e credibilità) in senso filoitaliano. Il punto strategico è quello delle elezioni al parlamento subalpino nei nuovi collegi elettorali lombardi, che si aggiungono a quelli già esistenti nel Regno di Sardegna. La lotta politica è subito lotta elettorale, per far sì che l’ingresso della Lombardia nel nuovo ordinamento statale porti a un potenziamento e non a un contenimento della componente liberale e laica che ha guidato e intende continuare a guidare il processo di unificazione nazionale. Le elezioni del 1860 vedono l’affermazione dei candidati appoggiati dalla dirigenza di Torino, sempre più attivi, anche a Brescia, Bergamo e Crema, in logge già costituite o in fase di preparazione. Intanto la spedizione dei Mille avanza vittoriosa, da sud, sotto la guida del massone Garibaldi e il territorio di San Pietro è invaso, da nord, dall’esercito inviato da un Re e da un primo ministro scomunicati. La corte di Roma constata il proprio accerchiamento militare e reagisce ponendo in opera una strategia di contrasto molto forte nei confronti di questi nemici che stanno distruggendo il potere temporale della Chiesa. La storiografia ha dato conto del ruolo svolto dalle istituzioni pontificie, nel loro ultimo decennio di vita, a sostegno del brigantaggio meridionale. Poco indagato è stato il ruolo di tali istituzioni nei conflitti elettorali svoltisi in quegli anni nelle regioni del nord e del centro Italia, entrate a far parte del nuovo ordinamento nazionale. Esistono interessanti ricerche d’archivio e testi specialistici ma la materia non risulta ordinata in pubblicazioni sufficientemente esaustive e munite di un adeguato respiro storiografico. L’argomento rischia di disturbare quell’unanimismo che ha caratterizzato il 150° anniversario dell’unità e che ha dato l’idea di un Risorgimento più favorito che avversato dalla Chiesa cattolica. E’ comunque provata la pressione esercitata dalla corte papale, anche in Lombardia, a favore dei candidati politici più conservatori e contro quelli collegati alla dirigenza nazionale laica. Si tratta di un contrattacco molto coraggioso, vista la violenza esercitata dai governi che si succedono a Torino nei confronti delle realtà confessionali sparse nei territori via via acquisiti. E’ un contrattacco affidato alle strutture ecclesiastiche che resistono in questi territori, a una stampa cattolica ben rappresentata dal quotidiano “L’Armonia” di Giacomo Margotti e dalle opere dei militanti nella Compagnia di Gesù e nei vari Ordini pontifici a diretto controllo papale, a tutte le forze poste, direttamente o indirettamente, sotto il potere del pontefice e delle diocesi. La Lombardia è investita da una propaganda cattolica intrecciata agli interessi di un ceto nobiliare quasi sempre diffidente verso il nuovo Regno, salvo rare eccezioni come quella di un vecchio patriota come Faustino Sanseverino. Nei collegi elettorali lombardi si fronteggiano le forze laiche e liberali, da un lato, e quelle conservatrici e clericali, dall’altro. Questo avviene anche nelle elezioni che si svolgono nei Ducati, nelle Legazioni, nelle Romagne, nel Granducato, nelle Marche e in Umbria. Giovanni Maria Mastai Ferretti non è quel personaggio oligofrenico e psicolabile (soffriva tutt’al più di ricorrenti attacchi epilettici) che la propaganda anticlericale ha dipinto e agisce con determinazione a tutela degli interessi temporali e religiosi che gli sono stati affidati dai predecessori. Chiama a raccolta le forze cattoliche italiane contro questa aggressione da parte dei “figli delle tenebre”, che sono in genere anche “figli della vedova”. E’ soprattutto il suo Segretario di Stato, il cardinale Giacomo Antonelli, uno dei migliori statisti italiani del diciannovesimo secolo, uno stratega eccellente, che concentra sulla scacchiera dei collegi elettorali italiani le forze politiche, culturali e religiose in suo possesso per agire con forza nei punti di massimo impatto. E’ la chiamata in causa di tutti i “buoni cattolici”, capaci di ritardare il più possibile l’affermazione di una classe politica nazionale laica, a forte prevalenza anticattolica, sorretta dall’avanzare, dal Ticino verso il Veneto, delle logge fondate dal Grande Oriente d’Italia nelle città lombarde. Le elezioni del 1861 costituiscono una vera e propria guerra elettorale, condotta senza esclusione di colpi. Da entrambe le parti si ricorre a tutti i mezzi possibili per superare gli antagonisti. Si pratica lo sciacallaggio personale contro gli oppositori, facendo uso di mezzi di propaganda come l’affissione notturna di libelli scandalistici e come le serenate musicali licenziose di gruppo sotto le finestre delle mogli degli avversari. Si è discusso sull’utilizzo, da parte liberale e laica, di mezzi di lotta basati sull’intimidazione personale e sulla violenza privata, come si è discusso sull’impiego, da parte conservatrice e clericale, del basso clero nelle parrocchie, con i suoi sermoni domenicali e la sua influenza sulla componente femminile, oltre che di esponenti, come al tempo si diceva, loyoleschi oppure giovanniti. Pochi dubbi restano sul coinvolgimento diretto della Compagnia di Gesù mentre i dubbi aumentano riguardo all’Ordine di Malta, allora bisognoso di rassicurazioni economiche e istituzionali, essendo orfano di sede, patrimonio e statuti dopo lo sfratto napoleonico. E’ controversa l’interpretazione compensativa delle concessioni elargite a questo Ordine nel 1879 da Gioacchino Pecci, un solo anno dopo l’elezione al soglio e in probabile adempimento delle volontà del predecessore. Si tratta di interventi cospicui, proprio in termini di sede, patrimonio e statuti. In questa luce si spiegherebbe meglio l’accanita propaganda elettorale svolta a Crema da un cavaliere professo, vale a dire da un vero e proprio religioso, Priore dell’Ordine di San Giovanni. In genere la prevalenza di cavalieri e commendatori dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro è indicativa di posizioni liberali e laiche mentre una certa abbondanza di balì e di altri dignitari degli Ordini di obbedienza pontificia contraddistingue posizioni soggette alle sollecitazioni dei legati dell’Antonelli, in frequente missione sul territorio lombardo. E’ errato generalizzare ma si tratta di indicatori di una certa rilevanza, in quello scenario specifico e in quel contesto politico così caratterizzato. Come è noto, il biennio 1860-1861 si conclude con il prevalere elettorale degli schieramenti liberali e laici su quelli conservatori e clericali, sia pure con qualche eccezione. L’operazione di consolidamento in Lombardia della destra moderata, con la sua rete di logge sempre più articolata, si compie dopo battaglie elettorali acerrime e divisioni nel corpo elettorale destinate a lasciare, anche a notevole distanza di tempo, segni profondi nella società lombarda, nelle cronache locali e nelle famiglie coinvolte in questi conflitti. I collegi elettorali della Lombardia contribuiscono a rafforzare in parlamento le forze cresciute in Piemonte nel decennio di preparazione, ora arricchite dalle intelligenze e dalle volontà dei candidati lombardi usciti vittoriosi dalle urne. Gli sconfitti accetteranno quasi sempre l’esito sfavorevole dello scontro elettorale ritirandosi dignitosamente dalla scena politica. Qualcuno formulerà invece accuse di brogli, poi smentite dalle indagini ministeriali. Qualcun altro redigerà versioni rancorose degli avvenimenti, opportunamente affidate più alla cronaca di campanile che alla storiografia reale. Il cardinale Giacomo Antonelli, che non verrà mai ordinato sacerdote, continuerà a lottare strenuamente per il suo Re, che è anche il papa dei cattolici. L’idea del non expedit, lanciata da Giacomo Margotti nel 1861, sarà fatta propria dalla Sacra Penitenzieria due mesi dopo Porta Pia, riducendo della metà il già esiguo due per cento di elettorato italiano. E saranno gli anni dei dogmi, delle scomuniche, del Sillabo. Gli anni dei papi barricati nei palazzi vaticani piantonati dai bersaglieri. Nel corso della sessione pomeridiana, i temi di carattere generale sono stati ripresi in modo specifico, approfondendo i fatti, le dinamiche e i personaggi del biennio 1860-1861. Per Brescia, la “Leonessa d’Italia”, sono stati messi in risalto i contributi dati da personaggi come Giuseppe Zanardelli e si è cercato di spiegare il vuoto storico tra la chiusura della loggia Amalia Augusta e la ripresa delle attività attraverso la loggia Arnaldo. E’ emerso come la Arnaldo, costituita dopo il biennio qui considerato, sia successiva per fondazione alla Cenomana, nata nel 1860 e guidata dal conte Enrico Martini di Crema. E’ quindi la Cenomana ad essere in questi anni il principale elemento di contrasto verso le forze conservatrici. Per Bergamo, è stato evidenziato il contesto già a quel tempo fortemente caratterizzato da un cattolicesimo molto diffuso e radicato nella popolazione, sia delle città che delle campagne. Al tempo stesso, logge come la Unione e poi la Pontida possono contare su un notevole afflato patriottico e quindi su un grande senso di appartenenza al nuovo Stato italiano. Si verifica quindi una situazione di forti contrasti, trasversali agli strati sociali e spesso interni alle stesse famiglie. A Crema la dirigenza liberale torinese schiera il conte Enrico Martini, intimo di Cavour e poi di Rattazzi, venerabile di spicco del Grande Oriente d’Italia, come si è visto a capo della Cenomana di Brescia, attivo a Torino nella loggia Osiride. E’ nota la guerra giornalistica tra il partito liberale e laico, che pubblica L’Eco di Crema, e il partito conservatore e clericale, che dà alle stampe l’Amico del Popolo. A Crema viene fondata nel 1862 la loggia Serio, anch’essa sotto la guida di Enrico Martini, della quale ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario. Per tutte e tre le realtà prese in considerazione sono stati indicati, per le elezioni svoltesi in quegli anni, i profili di sintesi dei candidati, le principali dinamiche conflittuali sviluppatesi in quelle circostanze, i dati risultanti dallo spoglio elettorale per l’esito finale e per gli eventuali ballottaggi, le principali conseguenze politiche dei risultati elettorali nei vari territori. E’ emersa una certa unità d’azione da parte dei patrioti operanti in quel biennio nei collegi bresciani, bergamaschi e cremaschi, probabilmente assicurata, da un lato, da un buon livello di coordinamento da parte delle forze governative e, dall’altro, da indicazioni comuni provenienti dal Grande Oriente d’Italia. Ciò non significa che il ruolo svolto dalle logge sia da enfatizzare troppo, come avviene talvolta da parte di alcuni venerabili per i quali il Risorgimento è essenzialmente frutto di un preordinato disegno massonico, seguendo un filone interpretativo non sempre sorretto dai necessari riscontri d’archivio e troppo spesso frutto di tendenze autocelebrative. Purtroppo queste esternazioni sono state effettuate, nel corso del centocinquantesimo anniversario, da parte di un certo numero di esponenti appartenenti a tutte e tre le principali obbedienze italiane, il Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, la Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. di Palazzo Vitelleschi e la Gran Loggia Regolare d’Italia. E’ vero che in Lombardia si assiste in quel biennio a vittorie elettorali da parte di personaggi aventi responsabilità di primo piano nella massoneria. Si tratta di vittorie che hanno indirizzato nettamente il corso della nostra storia nazionale, come appare dalla successiva evoluzione parlamentare italiana. Ma questo dato di fatto non è da enfatizzare, visto che vi furono per parte liberale e laica anche candidati di fede cattolica e che vi furono sul fronte avverso candidati di fede patriottica. In realtà, uno dei riscontri principali forniti da questo convegno è proprio l’ampio spazio di indagine che ancora esiste su questo tema. Quei fatti possono essere indagati alla luce dell’influenza della massoneria sulla dirigenza liberale ma possono essere viceversa considerati come il risultato di una direzione politica delle logge iniziata da Cavour e proseguita dai suoi successori, prima della destra e poi della sinistra storica. Va insomma fatta attenzione ai ruoli di chi dirige e di chi è diretto. E’ uno scenario che pone, per ogni risposta ottenuta, ulteriori domande in attesa di un riscontro effettivo, il quale non può che derivare da un lavoro di ricerca molto paziente e dettagliato. Probabilmente anche alla massoneria italiana, di qualunque obbedienza, farebbe bene un minor uso di certa retorica mazziniana e l'approfondimento, a proprio vantaggio, di elementi di studio maggiormente ancorati alla reale storia delle nostre istituzioni.

 

Foto 1: Bettino Ricasoli.
Foto 2: Urbano Rattazzi.

Foto 3: Giovanni Battista Mastai Ferretti, papa Pio IX.

Foto 4: il cardinale Giacomo Antonelli.

Foto 5: Giacomo Margotti in un’immagine satirica del tempo.

Foto 6: Giuseppe Zanardelli.

Documento 1: i collegi elettorali del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia, dal 1848 al 1870 (dall’opera di Telesforo Sarti “I Rappresentanti del Piemonte e d’Italia nelle tredici legislature del Regno”, Roma, Tipografia Editrice A. Paolini, edizione del 1880).

Documento 2: i plebisciti dal 1848 (Lombardia) al 1870 (Roma e province romane), dalla stessa opera di Telesforo Sarti, edizione 1880.

Documento 3: legislature e sessioni parlamentari dal 1848 al 1879, dalla stessa opera di Telesforo Sarti, edizione 1880.
Documento 4: i ministeri del Regno di Sardegna e quindi del Regno d'Italia dal marzo 1848 al novembre 1879, dalla stessa opera di Telesforo Sarti, edizione 1880 (esiste anche un’edizione successiva, Telesforo Sarti “Il Parlamento Subalpino e Nazionale – Profili e cenni biografici di tutti i Deputati e Senatori eletti dal 1848 al 1890”, Roma, Tipografia Pintucci, edizione del 1896).


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