Personaggi Risorgimento Italiano - Società Nazionale


Presentazione della Sezione

In questa Sezione del sito è proposta una scelta di personaggi del Risorgimento italiano che si riferiscono sia a capoluoghi come Torino, Milano e Roma, sia alle città di Pinerolo e di Crema, dove la Società Nazionale ha trovato un valido supporto organizzativo. Sono tuttavia gradite segnalazioni di personaggi di comune interesse anche da ogni altra parte d'Italia. Il sito è costituito da circa tre anni ed i contenuti iniziali saranno rapidamente ampliati e arricchiti, meglio se con i contributi provenienti da tutto il territorio nazionale.

Cliccando sul titolo di alcuni personaggi è possibile accedere ad ulteriori informazioni poste al livello inferiore. In altri casi non vi sono dati ulteriori ed il fatto si esaurisce nel testo posto al livello superiore.




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Goffredo Mameli

Goffredo Mameli nasce a Genova il 5 settembre 1827. In realtà si chiama Gotifredo Mameli dei Mannelli e appartiene alla famiglia, nobile e molto antica, dei “Mammeli dei Mannelli”, originaria di Lanusei, in Sardegna. Il nome Gotifredo gli viene messo in onore di un avo che aveva fondato la colonia di Caffa nel Mar Nero ed era stato governatore della Corsica. Il padre, Giorgio, di origine cagliaritana, è contrammiraglio della Regia Marina Sarda. La madre, Adelaide Zoagli, è figlia del marchese Nicolò Zoagli e di Angela dei marchesi Lomellini. Gli Zoagli hanno dato a Genova due dogi e tre consoli. Goffredo Mameli studia dagli scolopi e poi si iscrive all’università, in filosofia. Già dai tempi della scuola dimostra un precoce talento letterario, componendo opere poetiche e di narrativa. Si iscrive e diviene segretario della Società Entelema, sorta per dibattere temi letterari ma anche politici. A vent’anni è animato da un forte spirito patriottico e frequenta a Genova gli ambienti politici che chiedono a Carlo Alberto la guerra italiana all’Austria. Diviene amico fraterno di Nino Bixio, che già si muove a Genova come un capo militare. Poi, tra l’ottobre e il novembre del 1847, Mameli inizia a far circolare a Genova il testo di quello che per lui dovrebbe diventare Il canto degli italiani. Il primo manoscritto originale è oggi conservato presso l’Istituto Mazziniano del Comune di Genova. Al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino si può vedere un secondo manoscritto, quello che Mameli invia il 10 novembre al maestro Michele Novaro, che si trova a Torino, perché provveda a musicarlo. In precedenza aveva pensato di utilizzare musiche già esistenti od anche di incaricare due suoi concittadini, Nosella e Magioncalda, della stesura della parte musicale. Ma poi si rivolge a Novaro, che pure è molto giovane. E’ nato a Dolceacqua, presso Ventimiglia, il 23 dicembre 1822 ed ha studiato composizione e canto a Genova, trasferendosi quindi a Torino con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori presso i teatri Regio e Carignano. Il testo e la richiesta della musica arrivano a Novaro attraverso il pittore Ulisse Borzino, nel corso di una riunione conviviale a casa di Lorenzo Valerio. La data ufficiale del debutto dell’inno è il 10 dicembre 1847, quando Il canto degli italiani, congiuntamente firmato da Mameli e Novaro, viene presentato ai genovesi ed ai patrioti venuti da tutta Italia per celebrare la ricorrenza del centenario della cacciata degli austriaci. I convenuti sono circa 30.000 e quasi tutti intonano entusiasticamente le note dell’inno, mentre si accendono i fuochi della celebre “Notte dell’Appennino”: si tratta di grandi falò organizzati da Nino Bixio sulle cime più alte dei monti circostanti, dal Monte Fasce fino alla costa. Da quella notte, l’Italia e gli italiani hanno il loro inno. Quando il 4 marzo 1848 Carlo Alberto concede lo Statuto e da diverse parti d’Italia partono volontari per arruolarsi contro l’Austria, anche Mameli e Bixio, insieme ad altri patrioti genovesi, decidono di recarsi a combattere in Lombardia. Partono alla notizia dell’insurrezione di Milano e si trovano nei pressi di Pavia, con numerosi altri volontari liguri, tra il 20 e il 22 marzo. Il 23 arrivano a Milano. Vengono inviati, con la maggior parte dei corpi volontari, a Treviglio e si uniscono alla colonna Torres. Dal 27 in poi si fermano alcuni giorni a Crema. Successivamente Mameli combatte per tutta la campagna di guerra, nei quattro mesi successivi, fino a Custoza ed alla ritirata dell’esercito piemontese. Iniziato il ripiegamento, i suoi reparti rischiano di essere presi prigionieri dagli austriaci. Riescono invece a passare su delle chiatte il Po a San Benedetto ed a ricongiungersi all’armata piemontese dietro Piacenza, il 31 luglio, dopo un’ultima marcia ininterrotta di diciotto ore. Terminata la campagna del 1848, Mameli rientra a Genova. E’ una persona diversa da quella che era partita mesi addietro. L’esperienza della guerra lo ha segnato profondamente, convincendolo ancora di più della necessità di combattere per la liberazione dell’Italia dalla dominazione straniera e conferendogli una forte determinazione di carattere. Compie numerosi viaggi a Torino, dove intrattiene relazioni politiche sempre più strette con i patrioti piemontesi, e ad Ancona, la base militare intorno alla quale in quel momento il padre comanda la fregata della flotta piemontese Des Geneys. Si accompagna spesso a Bixio e incontra Garibaldi. Tra i due nasce un rapporto improntato ad un forte cameratismo militare. Mameli e Bixio seguono Garibaldi in molti dei suoi spostamenti di quei mesi, tra la Toscana, Faenza e Rimini. Si interessano tutti, sempre di più, a quanto sta avvenendo a Roma. Dopo la fuga della corte pontificia a Gaeta, presso i Borbone, è iniziato nell’urbe il coraggioso esperimento della Repubblica Romana. Mameli e Bixio arrivano a Roma convinti che il sogno unitario di tutti i fratelli d’Italia possa incominciare a realizzarsi. Ma a Civitavecchia sbarcano i settemila soldati del generale Oudinot. Inizia il massacro, perpetrato dalle truppe francesi e dai mercenari papalini. La difesa della Repubblica Romana rappresenta una delle pagine più epiche del nostro Risorgimento e nessun intendimento revisionistico o, peggio, nessun tentativo di oblianza storica potrà scalfire la memoria del sacrificio dei giovani patrioti caduti per l’Italia in modo così eroico. In quei due mesi, tra il 30 aprile, quando Oudinot sferra il primo attacco a Porta Pertusa, ed il 3 luglio, quando i francesi prendono possesso di Roma, resta sul campo un numero impressionante di morti. Il 3 giugno, a Villa Corsini, cade Enrico Dandolo, a ventidue anni. Il 30 giugno, a Villa Spada, cade Luciano Manara, a ventiquattro anni. Il 1° luglio, a Porta San Pancrazio, cade Emilio Morosini, non ancora ventenne. Anche Mameli muore per la difesa di Roma e di ciò che Roma significa per l’Italia. Alla testa di un battaglione del 1° reggimento di linea, mentre penetra a Villa Corsini sul Gianicolo, dove si sono installati i francesi, viene ferito durante lo scontro. La ferita si infetta e l’amputazione di una gamba non basta a frenare la cancrena. Muore alle sette e trenta di mattina del 6 luglio, nell’ospedale romano di Trinità dei Pellegrini. Non ha ancora ventidue anni. Il suo Canto degli italiani è ormai diffuso in tutta l’Italia. Ancora oggi, con le sue strofe epiche, con la sua musica militare, ci ricorda l’esempio dato da questo poeta soldato. Sono poche le nazioni che possono vantare un inno composto da un eroe.

 

Foto 1 e 2: due immagini di Goffredo Mameli

Foto 2: Michele Novaro




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Enrico Martini

Il conte Giovanni Giuseppe Enrico Martini Giovio della Torre nasce a San Bernardino di Crema il 18 aprile 1818, da Francesco Martini di Crema e dalla contessa Virginia Giovio della Torre di Milano. Esce dall’Imperial Regio Collegio Marittimo di Venezia nel 1837 come ufficiale Guardiamarina. Presto orfano di entrambi i genitori, viaggia in Europa trascorrendo lunghi periodi soprattutto a Londra ed a Parigi, dove diviene amico di Thiers, Guizot, Lamartine ed altri esponenti di rilievo della società francese del tempo. Tiene buoni rapporti con Gioberti e diviene intimo di Mamiani, a cui lo legheranno comuni e stretti interessi letterari e politici. Dal 1846 è spesso in Italia e dal 1847 frequenta gli ambienti politici milanesi che si preparano ai mutamenti istituzionali conseguenti al nuovo clima politico. Sposa Deidamia Manara, sorella di Luciano Manara, che però muore dopo soli otto mesi di matrimonio. Nel febbraio del 1848 va a Parigi, nei momenti della rivoluzione repubblicana. Poi si reca a Torino, da Carlo Alberto, con cui instaura un rapporto personale improntato a reciproca fiducia e considerazione. Entra in contatto con Cavour. Iniziata l’insurrezione di Milano, il 21 marzo porta alla Municipalità milanese il messaggio del Re e la sua disponibilità ad entrare in guerra, ottiene la costituzione del Governo Provvisorio nonostante l’opposizione di Cattaneo e torna a Torino per definire con Carlo Alberto le modalità dell’intervento piemontese. Inviato del Governo Provvisorio presso Carlo Alberto, diviene il maggior propugnatore della fusione tra Piemonte, Lombardia e Veneto, che si realizza grazie al suo impegno diplomatico. Ammesso da Carlo Alberto alla cittadinanza piemontese, è nominato Ambasciatore, Capitano di Fregata e Commendatore dei SS. Maurizio e Lazzaro. Nel 1849 è inviato da Gioberti in missione a Gaeta presso Pio IX e l’Antonelli, dopo che le precedenti missioni di Rosmini, Ricciardi, De Ferrari e Della Minerva hanno fallito l’obiettivo di un’alleanza con il papa. Comprende l’inutilità della missione e chiede di affiancare il suo Re nella breve campagna del 1849, ma Chiodo e poi de Launay gli chiedono di restare a Gaeta. Quindi d’Azeglio invia Balbo presso il papa e Martini può ritornare a Torino. Nel corso della IV legislatura il parlamento subalpino lo elegge deputato per il collegio di Genova. Diviene intimo di Cavour e, con Castelli e Buffa, facilita l’operazione del connubio politico con Rattazzi. Non estraneo alla estromissione politica di d’Azeglio, si fa promotore durante il ministero Cavour di studi e proposte di riforma, come quella della Marina. Sostiene Siccardi e gli esponenti liberali che conducono l’operazione di contrasto alle gerarchie ecclesiastiche e il progetto di confisca dei beni degli ordini religiosi. Nel 1851 sposa Maria Canera di Salasco, figlia del generale già Capo di Stato Maggiore di Carlo Alberto, che nel 1852 gli dà una figlia, Virginia. Il matrimonio viene annullato dalle autorità canoniche nel 1853. Sempre nel 1853 è colpito dal provvedimento di confisca di tutto il suo patrimonio da parte dell’Austria. Chiede ed ottiene allora il rimpatrio dal Piemonte a Crema, accettando la sudditanza all’Austria e favorendo così gli attacchi di quanti avrebbero voluto vederlo portatore di un beau geste patriottico ma in totale rovina economica e politica. Come la maggior parte dei colpiti dalla confisca, si attiva per evitarla ma, essendo tra i pochi a riuscirci (per lui si muove anche Thiers), subisce in quegli anni l’astio degli esclusi dalla remissione del provvedimento. La stessa dirigenza liberale di Torino cerca di facilitare, per i numerosi esuli lombardi colpiti in modo così drastico, soluzioni che evitino la distruzione dei patrimoni della nobiltà filopiemontese e il loro sequestro da parte dell'Austria. Cavour in prima persona, in quel periodo, fa del tema del sequestro dei beni degli esuli uno dei principali punti di discussione e mediazione con l'alleato francese e con le potenze europee. Dopo il 1859, le soluzioni adottate per evitare le conseguenze così drammatiche della confisca saranno strumentalizzate nella lotta politica del tempo ed anche Enrico Martini, nelle varie tornate elettorali per il collegio di Crema, dovrà subire per questo la censura dei suoi avversari locali, censura tanto più spudorata in quanto molti di questi si improvviseranno campioni di italianità e di coerenza politica dopo aver servito cortigianescamente per più di trent'anni il padrone austriaco. Dal 1854 al 1858 resta a San Bernardino di Crema, alternando i viaggi in Europa allo sviluppo di nuove tecniche di coltivazione nelle sue tenute agricole, sperimentando, tra i primi nel territorio cremasco, l'utilizzo delle cosiddette marcite. E’ sempre in contatto con Cavour, Rattazzi e gli altri esponenti del governo di Torino. Invia loro, correndo rischi notevoli, periodiche relazioni sulla situazione politica ed economica della Lombardia, avendone in cambio indicazioni sui nuovi sviluppi che, tra il 1857 e il 1858, stanno per portare alla guerra italo-francese contro l’Austria e quindi alla prossima liberazione della Lombardia. Anche in base alle indicazioni della dirigenza politica di Torino, tra il dicembre 1858 ed i primi mesi del 1859 inizia a raccogliere a Crema quei consensi e quelle adesioni che gli consentiranno di costituire una prima base operativa politica in vista delle imminenti modifiche istituzionali. Dopo l'annessione della Lombardia, nel 1860 si candida al parlamento e viene eletto a grande maggioranza nella VII legislatura per il collegio di Crema. Alle successive elezioni del 1861 per l’VIII legislatura, la prima del Regno d’Italia, il partito conservatore e clericale locale gli oppone con successo la candidatura di Faustino Sanseverino, che sarebbe stato di certo confermato nel collegio di Soncino ma che viene condotto, in modo strumentale, ormai sessantenne, nella lotta per quello di Crema, in una contesa elettorale così indecorosa da nuocere tanto al vinto quanto al vincitore. Enrico Martini deve cedere di misura all’avversario, anche a causa di una campagna diffamatoria basata su attacchi personali così scorretti da richiamare l’attenzione e la riprovazione della compagine ministeriale governativa, a partire da Cavour. Dopo la momentanea sconfitta, Enrico Martini riorganizza la propria base elettorale ed ottiene sempre, nelle successive legislature, delle schiaccianti vittorie, senza neppure la necessità del ballottaggio. Viene infatti eletto per il collegio di Crema sia nel 1865, nella IX legislatura (1.179 elettori iscritti, 723 votanti, 418 voti favorevoli), sia nel 1867, nella X legislatura (1.196 elettori iscritti, 556 votanti, 514 voti favorevoli). Gli avversari conservatori e clericali, ormai definitivamente battuti, tentano allora di accusarlo di brogli elettorali. Le indagini ministeriali che ne seguono dimostrano la pretestuosità di queste accuse e la piena correttezza delle vittorie di Enrico Martini. Ciò nonostante, ancor oggi simili calunnie vengono riprese negli scritti di qualche cronista, dilettante della storia e professionista della maldicenza. La dirigenza politica nazionale, a partire da Rattazzi, lascia intendere di non essere più disposta a tollerare ulteriori sciacallaggi contro Enrico Martini, da parte di certe consorterie collegabili ad ambienti più confessionali che istituzionali. Gli anni immediatamente a venire vedono la sua ascesa politica e il consolidarsi della sua posizione tra gli esponenti di spicco della Destra storica. Si ipotizzano per lui incarichi ministeriali nei governi che si succedono nella nuova capitale del Regno, la città di Firenze. Ma quella che sta per diventare una brillante carriera politica a livello nazionale è interrotta dalla sua prematura scomparsa, il 24 aprile 1869.

 

Foto 1: Enrico Martini